CCXI – Pignotti
I fisici più gravi e gli eruditi
Fecer ne' tempi addietro, e fanno ancora,
E lunghe e dotte e strepitose liti,
Perché una voce armonica e canora
Ebbe ne' tempi antichi il cigno, ed ora
Non canta no, ma gracchia,
Appunto come un'oca o una cornacchia:
Ed hanno mille baie acutamente
Dette, piene però d'erudizione.
Or io per risparmiar d'un innocente
Cristiano inchiostro tanta effusione,
La ragion ne dirò: perchè i segreti
De la natura san meglio i poeti.
Quando uscì da le man de la natura
Il cigno, anch'esso nacque
Con voce rauca, dissonante e dura,
Come gli augei che vivono ne l'acque.
Niuno di lui però prendeasi gioco;
Perciocché presso a poco
Cantavan tutti su l'istesso tuono.
Per sua disgrazia un giorno
Infra i rami d'un orno
Sentì del rosignolo il dolce suono:
E allor vedendo quanto
L'armonia del pantano era discorde,
Del rosignolo chiese a Giove il canto;
Che sul principio fe l'orecchie sorde:
Ma quando ei volle poi furtivo entrare
Di Leda ne le soglie,
Si fece allor prestare
Dal cigno le sue spoglie;
E allor concesse al candido animale
Canto del rosignolo a quello eguale.
Di questo nuovo pregio il cigno adorno,
Credette esser più illustre
Infra i compagni de lo stuol palustre.
Ma quei gli furo intorno
Con sibili di scorno,
Gridando che il cantar così, non era
Il tuono e la maniera
Conveniente a la palustre stanza.
Invidia forse fu, forse ignoranza:
L'altrui doti sprezzare, avere in pregio
Le proprie solo, è naturale istinto:
Ognun sa come i mori hanno in dispregio
I bianchi, e il diavol bianco hanno dipinto.
Fosse in somma ignorante ovver maligno
Il gracidante stuol, con scherni e busse
Perseguitò tanto e poi tanto il cigno,
Che disperato essendo, egli s'indusse
A richiedere a Giove alfin l'antica
Voce discorde: e in quella
Ora soltanto canta, ovver favella.
E quella schiera, a lui tanto nemica,
Sol si poté placare
Quando l'udì gracchiare.
Infra i balordi, per istar d'accordo,
Spesso, o lettor, convien far da balordo.