CCXI
Benché sia grave e rio
il mio perverso errore,
benché io non sia d'eterno esilio indegno,
Padre benigno e pio,
il tuo giusto furore
non s'accenda ver' me con tanto sdegno.
Tu l'arco tiri, e 'l segno
è 'l mio penoso fianco;
così da strali afflitto,
quasi cervo trafitto,
dovunque volgo il core e 'l piede stanco,
colmo d'alto spavento
la tua grande ira e 'l mio gran fallo sento.
Signor, se gli occhi volgo
a la tua irata faccia,
sento l'ossa tremar, gelare 'l sangue;
e, se a me gli rivolgo,
coscienza minaccia,
e ne rimane 'l cor freddo, ed esangue
per le mie colpe langue,
sotto il cui peso molto
non può durar la vita;
e l'antica ferita
che salda parve al mio pensiero stolto
s'aprì di fuori e dentro
sangue putrido mostra insino al centro.
Col viso a terra chino
e di dolore sparso
meno la vita e i miei dì tristi e negri,
perché, a morte vicino,
di un vil disio son arso,
onde perdei tutti i miei beni integri;
però languidi ed egri
sono rimasi i sensi
e 'l cor s'affligge e strugge
e come leon rugge,
quando a tanta viltade avvien che pensi:
tu vedesti 'l mio fango,
Signore, e sai quel ch'io sospiro e piango.
Il mio continuo pianto
e l'ostinato affanno
la luce agli occhi, a l'alma il vigor toglie:
i cari amici intanto
lunge da me sen vanno
né pietà alcuna i miei sospiri accoglie:
vi è ben con fiere voglie
chi lacci a' miei piè tende;
altri con sue menzogne
m'assalse e con rampogne;
ma, com'uom che non parla e non intende,
io sordo e muto fui
né mai risposi al mormorar d'altrui.
Perché in te solo spero,
tengo certa fidanza
che vorrai, Padre, al gran bisogno aitarmi;
e, perché quell'altiero
abbassi ogni baldanza,
che ad ogni inciampo mio parate ha l'armi,
so che vorrai salvarmi;
perché 'l mio grave fallo
conosco e non lo scuso
né la pena ricuso
né pongo al bene oprar tempo o intervallo,
se fia la tua man presta,
contra chi turba ogni mia impresa onesta.
Fra le sirene io varco e fra gli scogli:
dammi, Signor, virtute,
ch'io venghi a te, mio porto e mia salute.