CCXII – Pignotti
Quattro animai, diversi
Di natura e d'umore;
L'altiero corridore,
Il bue, che serio e pien di gravità,
Una bestia parea di qualità,
Un timido montone, ed uno snello
Orecchiuto asinello;
Arrabbiando di fame in mezzo a vasta
Arenosa pianura,
Gian cercando ventura.
Dopo lungo viaggio,
Stanchi, afflitti, affamati, in aria trista,
Giunsero alfine in vista
D'un verdeggiante, ameno
Colto e grasso terreno.
La famelica turba impaziente
Già preparava ed arrotava il dente:
Ma giungendo dappresso,
Videro il vago prato
Difeso e circondato
Da un largo fosso, e da una siepe folta;
E su l'unico varco stava assiso,
Con torvo e brusco viso,
Nerboruto villano,
Che brandia colla mano
Un nodoso bastone, e sì pesante
Da far fuggir la fame in un istante.
Il destrier generoso,
Del bastone a l'aspetto
Sentì nascere in petto
Un certo non so che,
Che la fame passar tosto gli fe:
Il montone tremava:
Il bue deliberava;
E dopo lunga deliberazione,
Decise di star lungi dal bastone.
L'asino allor, senza pensar di più,
Spicca leggiero un salto,
E del baston va incontro al fiero assalto.
Grida invano il custode,
Invano il duro legno in aria scote,
Invano lo percote,
Invano lo respinge, invan lo pesta:
Sotto l'aspra tempesta
De' colpi orrendi, l'asino s'avanza;
Del custode a dispetto
Salta e scorre nel florido ricetto.
Eccolo in mezzo a l'erba
Con la testa superba.
E rivoltosi allora a' tristi amici,
Che i successi felici
De l'orecchiuto eroe
Miravano con occhio invidioso;
Imparate, imparate,
Disse con volto placido e giocondo;
Così si fa fortuna in questo mondo.