CCXII – Pignotti

By Giacomo Leopardi

Quattro animai, diversi

Di natura e d'umore;

L'altiero corridore,

Il bue, che serio e pien di gravità,

Una bestia parea di qualità,

Un timido montone, ed uno snello

Orecchiuto asinello;

Arrabbiando di fame in mezzo a vasta

Arenosa pianura,

Gian cercando ventura.

Dopo lungo viaggio,

Stanchi, afflitti, affamati, in aria trista,

Giunsero alfine in vista

D'un verdeggiante, ameno

Colto e grasso terreno.

La famelica turba impaziente

Già preparava ed arrotava il dente:

Ma giungendo dappresso,

Videro il vago prato

Difeso e circondato

Da un largo fosso, e da una siepe folta;

E su l'unico varco stava assiso,

Con torvo e brusco viso,

Nerboruto villano,

Che brandia colla mano

Un nodoso bastone, e sì pesante

Da far fuggir la fame in un istante.

Il destrier generoso,

Del bastone a l'aspetto

Sentì nascere in petto

Un certo non so che,

Che la fame passar tosto gli fe:

Il montone tremava:

Il bue deliberava;

E dopo lunga deliberazione,

Decise di star lungi dal bastone.

L'asino allor, senza pensar di più,

Spicca leggiero un salto,

E del baston va incontro al fiero assalto.

Grida invano il custode,

Invano il duro legno in aria scote,

Invano lo percote,

Invano lo respinge, invan lo pesta:

Sotto l'aspra tempesta

De' colpi orrendi, l'asino s'avanza;

Del custode a dispetto

Salta e scorre nel florido ricetto.

Eccolo in mezzo a l'erba

Con la testa superba.

E rivoltosi allora a' tristi amici,

Che i successi felici

De l'orecchiuto eroe

Miravano con occhio invidioso;

Imparate, imparate,

Disse con volto placido e giocondo;

Così si fa fortuna in questo mondo.