CCXIII

By Berardino Rota

Signor, sempre ch’io guardo a l’imperfetto

grado dove dannosa e vecchia usanza

mi tien dì e notte, ardir tosto e speranza

mi lascia, e stringe il cor tema e sospetto.

Poi, s’a le man mi volgo, a i piedi, al petto,

che versan sangue, e veggio oltre ch’avanza

tua bontà gli error miei, nobil baldanza

rinforza l’alma in contra al suo difetto.

Rara nova pietà d’alma gentile

morir perché non moia il suo nemico,

farsi servo il signor per chi l’offese.

Tu scendesti qua giù mortale humile

per farne eterni, o veramente amico;

chi fu mai più di te pronto e cortese?