CCXIX
In ogni parte dove virtù manca,
mancar dée tosto ogni mondana possa
e venir quella a doloroso fine.
Se Nino e gli altri tennon Siria franca,
regnò virtù, fin che l'ebbe rimossa
Sardanapal con vizio e con ruine.
Se David tenne tutto il suo confine
per gran prudenza, ampliando ognora,
così 'l prudente Salamon ancora
mantenne sanza vizio tanto regno;
po' Roboam indegno
per la superba a mal fine s'indusse.
Così ancor distrusse
Nabuccodenosor Ieconia,
recando Bambilonia in sua balia.
Poi Baldasar questa per tal suono
perdeo, quando Cirro glila tolse.
E Cirro e gli altri in Persia successori,
oh quanti re, e qual reo e qual buono,
secondo l'opre loro fortuna volse,
infino a Dario con li suo' tesori!
Fidandosi costui ne' vani errori,
sconfitto fu da Alessandro Magno,
il qual di tutto il regno ebbe guadagno.
Quanti re vinse e quanto mondo tenne,
e 'nfine dove venne
tanto signor, insuperbendo, a morte!
Antipater le sorte
gli diede del velen con falsi fregi;
poi venne 'l suo sotto diversi regi.
E non vivendo essi con virtute,
tolta Antioccia loro da' Romani,
poi Siria e tutto ciò ch'avean perdero.
Quant'ebbe Roma tempo di salute,
domando Macedòni ed Affricani
per l'universo, e ciaschedun impero!
Mentre che crebbe, quel comune altèro
fu sempre di virtù capo e colonna;
tanto che la sua madre fu tal donna
che 'l mondo quasi avea ne le sue braccia.
Po', come volse faccia,
e 'l vizio crebbe e la virtù fu vinta,
sua forza ebbe la pinta,
ed è rimasa, come ciascun vede,
de' padri antichi suoi cattiva erede.
Non dée viver alcun, dunque, ignorante,
o vuol re o signore, o vuol comune
(ché per comune dico ciò ch'io parlo).
O vago sito! O figliuol d'Atalante,
che désti il nome al loco ove ciascune
strane nazioni vollon onorarlo!
O primo Iano, qual maligno tarlo
ha le tue porte sì rose e diserte,
che sempre sono per rimanere aperte?
O fummo, o vento, o fiore di spinosa erba,
o ambizion superba,
che mai non vuo' veder maggior né pare!
Ciascun signoreggiare
l'un l'altro cerca, sì che in ogni terra
pace non è, ma division e guerra.
Fece la terra il re de l'universo
sì grande, e 'l mare, che infra lungo telo
può solo star chi vuol, sanza contese;
ancor, per racquistar chi era perse,
in terra oscura da lo impirio cielo,
e per dar pace a tutti, giù discese;
poi nostra carne con deità prese
e, immortale, volle venir a morte.
Ahi turba ingrata, che non pensa a tal sorte,
né gustar vuol già mai che cosa è pace,
né veder dove giace!
Ché la barbera gente Italia corre
con disfare e con tòrre,
a onta de le terre e de le ville,
dove per un ne fuggon più di mille.
Ben mostra essemplo la romana seggia,
in cui si debbon conservare le chiavi,
che è dovisa e combatte a la larga;
e per seguire al mal la real greggia,
non spegne, ma sostien questi error pravi
con cose ingiuste, onde resia si sparga.
Solea correr la lor lancia e targa
tra gl'infedeli e contra i vizii altrui;
or seguon la malvagia lupa, a cui
non sazia mai tesoro o ben tereno,
con ferro e con veleno
pigliando le vestigie de' tiranni,
che con mortali inganni
cercan di viver sol per aver tutto,
ed ogni amor fraterno sia distrutto.
Quanto maggior signore, tant'è più servo,
e di quanti è signor, tanti ha a servire;
e chi men signoreggia, è men servente.
A che sta dunque nostro animo fervo
a voler scender, credendo salire,
e sempre viver sospettosamente?
Chi ben pensasse a questo dir, presente
vorebbe, anzi che regger, esser retto.
O misero, o crudele, o cieco effetto,
che con invidia ed ira sempre attendi!
Le teologiche offendi,
le cardinali, e chi mai leggi feo,
Minòs e Foroneo,
Mercurio, Solon, Ligurgo e Numa,
Iustiniano, ed ogni lor costuma.
Se ciaschedun il passato viaggio
e 'l presente e 'l futuro riguardasse,
sì come per ragione dovria farsi,
il vizioso, virtuoso e saggio
tosto serìa; e se ciascuno amasse
la patria sua sanza gli effetti scarsi,
potrebbe ancora Italia riposarsi.
Ma odio, giovenezza e 'l propio acquisto
non se ne cura se 'l paese è tristo:
nesun per sé voria quel ch'altrui dona;
l'offeso non perdona.
Acceso è questo foco in ogni parte
e per setta e per parte.
E mille essempli sono; ma un da sezzo
non ci rimove, che dimostra Arezzo.
Canzon, non vo' dir più, ché 'l tempo è breve
e 'l caso afretta andar dove bisogna:
va, e desta chi sogna,
perché non può fallire il suon ch'è dato,
ch'ogni regno diviso è disolato.