CCXLI – Salomone Fiorentino

By Giacomo Leopardi

Pur quasi serbi ancora e senso e mente,

A lei, che più non m'ode, e muta giace,

Talor rivolgo il mio parlar dolente.

Ahi sposa, ahi sposa! un vol d'ombra fugace

Fu il breve trapassar de' tuoi verdi anni,

E un vol fu la mia gioia e la mia pace.

Mira del tuo fedel gli acerbi affanni;

Mira, al tuo dipartir come s'accuora,

Vedovo, sconsolato, in negri panni.

Qual resta il fior se una nemica aurora

Trattien sul grembo l'umida rugiada,

Che il curvo stelo e l'arse foglie irrora;

Tale io restai poiché l'adunca spada

Di Morte a me ti tolse, e lunge spinse

Te per ignota interminabil strada.

Ma, come il fato in pria nostre alme avvinse,

E poi quaggiù provido amor ci unio,

Sicché due salme in una salma strinse;

Scemo de la metà de l'esser mio,

Or cerco te, come assetata cerva

Ne l'ardente stagion ricerca il rio.

Così parlo e vaneggio: e benché i' ferva

D'un insano desir, tanto è l'inganno,

Che ragion signoreggia, e vuol che serva.

Però qualor sovra l'usato scanno

A mensa i' siedo, ove in un cerchio i figli

Chini d'intorno e taciturni stanno;

Forza è che ne' lor volti io mi consigli,

E or questo or quel vo' che mi venga allato,

Qual più a la madre parmi che assomigli.

Pasco alcun poco il ciglio affascinato:

Ma la dolce illusion fugge, e m'accorgo

Che la sposa non è quella ch'io guato.

Sul desco allor smanioso i' sorgo,

E a temprar la bevanda, e condir l'esca,

D'amarissimo pianto un fiume sgorgo.

Timor nuovo ne' figli avvien che cresca;

Tutti tendon le braccia, ognun mi dice:

Deh, padre, per pietà, di noi t'incresca.

Orfani de la cara genitrice,

Per noi chi resta? a noi, pensa che or sei

Tu genitor, tu madre, e tu nutrice.

Si dividon così gli affetti miei:

Tenerezza, cordoglio; amore e pena;

Quello che mi restò, quel che perdei.