CCXLII – Salomone Fiorentino

By Giacomo Leopardi

M'apparve in truce aspetto, ed ogni vena

Il fier rimorso ad agghiacciar si accinse:

Indi armato d'artigli e di catena,

Senza pietà mi lacerò, m'avvinse.

Quale, oh Dio, mi scoperse orrida scena!

In quai tetri color la penna tinse

Per linearmi in ogni parte scritto

Il giudice, la pena, e il mio delitto!

Volgea la notte: e notte unqua più nera

Di quella non vid'io. Torbidi, inquieti

S'aggiravan fantasmi; e priva ell'era

De' suoi momenti placidi e segreti:

Pareanmi estinti in la stellata afera

E gli astri erranti, e i lucidi pianeti:

Tante ombre e tante noie ivano attorno,

Che al Ciel chiedea, per respirare, il giorno.

E il dì pur venne: allor su l'universo

Fosco vedea caliginoso velo;

Sbiadate l'erbe, ed ogni arbusto asperso

Di quel color di cui lo tinge il gelo:

Pallido, altrove ciascun fior converso,

Da me torceva l'aduggiato stelo:

Parea sospiro il moto de le fronde,

Flebil lamento il mormorar de l'onde.

Forse così, seguìto il reo consiglio,

L'Eden comparve al genitore antico.

Invan spirava odor la rosa e il giglio,

E il lusingava invano il rezzo amico;

Ch'ovunque egli temea danno o periglio,

Seco portando il suo crudel nemico;

E, da terribil suon l'orecchie ingombre,

Sen gia tremante a ricovrar fra l'ombre.