CCXLIII – Lamberti
Innocenza son io, che il basso mondo,
Già tempo, fei di mia presenza degno;
E il secolo temprai con fren giocondo,
Ministra e duce del saturnio regno;
Quando ancor non gemea la terra al pondo
De i figli che a mal far poser l'ingegno,
E schivo de' pensieri avari e rei
Giove imberbe ascondean gli antri dittei.
Allor per le odorifere colline,
O in bosco o in valle di begli arbor cinta,
Non ristetti da legge o da confine,
Fere ed uomini avean sede indistinta:
Le ripe de le fonti cristallie
Fur seggio, e l'onde fean la sete estinta;
E d'una stessa pianta erano a tutti
Vel le fronde, ombra i rami, e pasco i frutti.
Io de' biondi fanciulli il vergin stuolo
Or guidava pei clivi a sceglier fiori,
Ora, festanti, per l'erboso suolo
Volveagli in danza, al suon d'augei canori:
Per me, che di duo cor fea sempre un solo,
Ardea la gioventute in casti amori:
Per me vecchiezza il gel de gli anni sui
Scaldava al foco de le gioie altrui.
Così come talor sotto l'impero
D'un medesmo pastor caste agnellette,
Senza torcer mai piè dal buon sentiero,
Vivean le turbe al mio voler suggette:
Io lor pel giro di lor vita intero
Cara sempre; elle ognor da me dilette,
E al viver liete, e al trapassar sicure,
Sotto le schermo del sentirsi pure.
O giorni, più che il Sol chiari e lucenti,
Chi vi sparse di nebbia e di tenebre?
Pluto, invidendo a le beate genti,
De i monti penetrò l'ime latebre,
Trassene l'oro, e il fe co' lampi ardenti
Sfavillar su le attonite palpebre:
Egro mortal! l'inusitato obbietto
Ogni vista abbgliò, scosse ogni petto.
Armata allora la volubil destra
Di scettro, e il vago crine a l'aure sciolto,
Scese Fortuna a la magion terrestra;
E Diva salutolla il mondo stolto.
Lieto intanto qual l'ebbe amica e destra,
Superbì, fra le gemme e gli agi avvolto;
Languiron gli altri, e nome ebber di plebe,
Dannati a incider tronchi, e a fender glebe.
Sursero allora le cittadi eccelse,
Di torri incoronate e d'ardue mura;
L'olmo, il faggio, l'abete, il pin si svelse,
E fidossi il naviglio a l'onda oscura;
Da i trucidati greggi allor si scelse
L'esca, il vin si prepose a l'acqua pura;
Allor temprossi il ferro, che al desio
Servir fu astretto di un metal più rio.
Su i vanni allora, più che in pria veloci,
Esultò quella che a null'uom perdona,
Traendo seco da le stigie foci
Nuova di febbri e di dolor corona.
Di brando armati, su i corsier feroci,
Nomi ignoti, apparir Marte e Bellona:
Venian con essi a desolar la terra
(Ahi fiera compagnia) Discordia e Guerra.
Violenze, rapine, odii, omicidi,
Acque di occulto tosco infette e torbe,
Insidie, fraudi, e giuramenti infidi,
Come torrente, dilagaron l'orbe;
Assordarono il ciel d'urli e di stridi
Orfani parvoletti, e vedove orbe;
E di pianto, e di sangue, oscuro nembo
Contaminò de le cittadi il grembo.
Da prima solo infra le urbane torme
Andò baccandolo la Licenza iniqua,
E invan trar seco de i pastori l'orme
Argomentossi, per la strada obbliqua:
Ne i campi ancora, ov'era gita a porme,
Dileguò infine l'onestate antiqua;
Né più vidi, fra quante il Sol ne scalda,
Terra in vera virtù fondata e salda.
Or, dacché nullo in questa bassa valle
Ove accor mi potessi ostel non v'ebbe
(Tant'oltre scorso per l'indegno calle
Fu il mondo, e tanto l'empietà s'accrebbe),
A l'ingrato mortale i' die' le spalle;
E lungo fora a dir quanto m'increbbe;
E vergognando, e chiusa nel mio velo,
Il cammin disegnai prender del cielo.
Teneri infanti, e verginelle intatte,
Non anco esperti di malizia a i danni,
Con piè mal fermo e con voci di latte
Vennermi un tratto, vezzeggiando, a i panni:
Ma in mezzo del sentier volgeano ratte
Le piante, vinti dai terrestri inganni;
E spogliati i costumi almi e leggiadri,
Si raggiungean coi traviati padri.
Sola così, studiando il passo, e insieme
Scontrar bramosa al dipartire inciampi,
Non ascoltata, le parole estreme
Dissi, fra il pianto, a le cittadi e a i campi:
Poi spinsi il volo per le vie supreme,
E mi purgai del maggior lume a i lampi,
Lieta beendo la purissim'aura,
Cui li splendor di tanti Soli inaura.
Ma come io mossi a la più larga spera,
Pel lucido sentier m'occorser donne
Che, insieme ragionando, ivano a schiera
Avvolte in bianche e luminose gonne.
Eran Virtudi, che a stagion men nera
Del buon viver quaggiù furon colonne;
Ma poiché il mondo reo lor ruppe fede,
Tornavansi a l'antica alma lor sede.
E ben ratto di me s'addieron elle,
E ne gioiro, e mi fer cerchio intorno:
Quindi, scorse le fisse e vaghe stelle
Che del ciel fanno lo zaffiro adorno,
Tutte per mano a le superbe e belle
Sedi varcammo, ov'è perpetuo il giorno,
E dove l'anno i mesi non alterna,
Ma olezza e ride in primavera eterna.
Ivi, raccolte ne' bei troni d'oro
Che al trono di Saturno fan ghirlanda,
De la vita immortal dolce ristoro
Ne si porgea di néttare bevanda;
E il canto ci godeam che il vergin coro
De le figlie di Giove attorno manda,
Mentre loro, deposto arco e faretra,
Tenor fa Cinzio con l'arguta cetra.
E già scorso tra il tremillesim'anno
Da poi ch'io di quaggiù diedi la volta;
Né m'era dal giocondo alto mio scanno
A questo secol guasto unqua più volta;
Quando, con l'altre Dee che meco stanno,
Tornai quaggiuso una seconda volta;
E posto il piede fra la gente achiva,
Locai mio seggio de l'Eurota in riva.
Ivi ad un'alma di ben fare accensa
Mi strinsi; e mi godei nel fausto clima,
Or, fra i consigli de la parca mensa,
Onor locando a tutte voglie in cima;
Ora partendo con egual dispensa
I campi, e i doni de la terra opima;
Or traendo a lottar la gioventude
Sol coverta col vel de la virtude.
Breve però fu ne l'ebalie ville
Mia stanza, e presto mossi a la partita:
Ch'ivi ancor le guerriere empie faville
Turbaron l'ore di sì dolce vita;
E di pianti e vagiti a mille a mille
Mi percosser l'orecchia impietosita,
Pei campi, e per gli spechi al sole ignoti,
Gl'infermi figli, e mal cresciuti Eloti.