CCXLIV
Lasso, Fiorenza mia, ch'io mi ritrovo
poco più su che 'l cinquantesimo anno
esser vissuto, ed in me stesso provo.
Mirando indietro al tuo passato scanno
e' cittadini che governavan quello,
dolor m'assale, e non sanza gran danno.
I' vidi già nel tuo onorato ostello
tanti padri conscripti e senatori,
ornando con virtù l'antico vello,
ch'avrien curato ciaschedun malori
che potesson venire, e da qual parte.
Or veggio i giovinetti esser maggiori,
e altri, che con nuovo ingegno ed arte
mostran esser tuo' figli, e tanto sono
quanto fu Salamon figlio di Marte.
Tu hai di possedere da Dio gran dono;
così fos' tu, com'è 'l poder, prudente,
con quelli ancor a cui io vo' dar suono!
Per mostrar ora a l'ignorante gente,
dirò con fede ed intelletto puro
chi era Oltrarno, e più non è presente.
Ridolfo, Bindo, Vieri e Simon furo,
Jacopo Bardi, Alessandro ed Andrea,
militi, ed altri assai, che 'l dir m'è scuro.
Da Vernia in giostre e 'n arme risplendea
di messer Piero quella bella gesta,
che paladino ciaschedun parea.
Era da Rubaconte su la testa
Luìs de' Mozzi e Sandro da Quarata;
da l'altro vidi con dorata vesta
Pin, Barna, Betto e Nofri, e 'n tal brigata
Stoldo Boneca Rossi, e Barbadoro,
che mal finì sol per la gente ingrata.
Filippo Machiavello è vicin loro,
Tomas di Mone e Piero Canigiano,
e 'l Corsin, che lasciò la vesta d'oro;
Niccol Ridolfi e Lapo Gavacciano,
Sandro e Bartol di Cenni Bigliotti,
Giorgio Baroni, e non molto lontano
messer Donato, tra iudici dotti,
Velluti; e de' Frescobaldi certo
cavalier quattro vidi a' lor ridotti:
Agnol, Albano, Castellano e Berto;
e de' Rinucci il giudice Alesso,
maestro Pavol, arismetra esperto;
messer Paulo Vettori, Filippo apresso;
e 'l cavalier Giovanni Lanfredini,
Vanni Manetti; e più là da esso
vi stava ancora Niccolò Soderini.
Or passo in Santa Croce: tra' sovrani
messer Filippo e Guelfo Gherardini,
Giovanni Arnolfi e Michel Castellani,
quel de' Giamori, e li due cavalieri
Bivigliano e Salvestro Bivigliani;
Giannozzo, Uberto ed Amerigo Chieri
gli vidi, e Scolaio e Maghinardo
de' Cavalcanti, militi sinceri.
Negli Antelesi, s'i' ho ben riguardo,
nove ne vidi sì degne persone,
ch'avrien governato ogni stendardo:
il vescovo e 'l piovano e Simone,
Taddeo, Andrea, Zanobi e Giovanni
ed Alessandro col dolce sermone,
decretalista, e colui ch'è poch'anni,
messer Filippo, l'ultimo morio.
Deh, guarda bene se ricevuto ha' danni.
Messer Simone e Berto non oblio,
Peruzzi, e 'l padre, e messer Nicolaio
Alberti; e di loro ancor vid'io
Agnol, Giovanni e Iacopo con vaio,
e Benedetto, che con buon riguardo
al Sepolcro condusse il mortal guaio;
Lapo in decreto già mai non fu tardo
di far e di disfare con nuove leggi;
e Iacopo Gentili di Gherardo,
Filipozzo Soldani; e (vo' che leggi)
quel ch'ebbe sì citadinesca mostra,
Filippo Magalotti, ne' suo' seggi,
e Giovanni, che fu ne le tue chiostra
degli Otto; e de' Mancini il Feragatta,
che gastigava i folli sanza inchiostra;
e quel che medicina avria rifatta,
mastro Tomaso; e 'l Raffacano ardito,
e 'l Rinuccino; e Francesco, che sì adatta
avea la legge per ogni partito,
de' Salviati, ed Andrea, suo figlio;
Paulo Covoni e Bettin erudito,
cavalier saggio; e molti altri che 'l Giglio
atorniavan sì con lor savere,
che raro gli mancava buon consiglio.
Santa Maria Novella fa vedere
de' Bondelmonti Andrea cavaleresco,
sceso di venti cavalerie vere;
de' suoi, Lorenzo, Uguccione e Francesco;
e Niccola Acciaiuoli e sì Lorenzo,
militi degni in stato signoresco,
con Agnolino, e (non farò silenzo),
Iacopo di Donato, lor consorto;
e 'l saggio cavalier sanza aparenzo
Arnaldo, e messer Bindo, ciascun orto
degli Altoviti; e messer Bindaccio
da' Ricasoli, e 'l Roba, dotto e scorto;
messer Antonio e 'l padre suo Albertaccio,
cavalier, e Tomaso Dietaiuti,
Iacopo di Francesco; e (non alaccio
il mio dir per gli casi intervenuti)
Ugo e messer Giorgio in quelli sprazzi
c'han fatto tristi i maggior conosciuti;
Gianozzo e Luigi Gianfigliazzi,
eloquente legista; ed Arrigo
de' Spini; e Bernardo, in que' scontrazzi,
Ardinghelli; e se più oltre investigo,
Niccolò ed Ugolino Oricellai.
Ne' Tornaquinci tre cavalier digo:
Testa e Biagio e Dego già mirai,
e Niccolò di Ghino; e de' Bordoni
messer Gherardo; ed oltre raguardai
Luìs di Lippo e Andrea Mangioni,
Torino e 'l figlio suo, messer Baldese,
ch'orevol visse in apparenze e doni.
Francesco e Lionardo fer palese
infra gli Strozzi esser cavalier degni;
Palla e Marco e Carlo ancor s'intese;
il buon Spinello, che con tutti ingegni
conservava il tuo con tanta fede,
lasciò l'aurario forse a molti indegni;
messer Niccola Lapi, che si crede
che a la vera ragione si dirizzava,
come ch'ancor per fama oggi si vede.
Ora dirò chi a San Giovanni stava:
Ciampi e Bindo e Rosso de la Tosa,
ciaschedun cavalier che t'onorava.
La fama di Giovanni, non sta ascosa,
di messer Alamanno, e quel di Conte,
e l'altro, in cui la banda non fu ascosa,
de' Medici; e quell'altro ivi da fronte,
messer Francesco Brunelleschi, saggio
e con le virtù d'arme ardite e pronte.
Vidi degli Adimari in quel lignaggio
Francesco, Antonio e Talano e Donato,
militi, ed altri di gentil coraggio;
e messer Manno, cavalier pregiato,
con Tassin de' Donati e Guiglielmino,
uomeni d'arme, ciascun nominato;
messer Rosso de' Ricci, e 'l cittadino
Uguccion (degno la sua gloria il chiama);
Geri de' Pazzi ancor, cavalier fino,
Miglior Guadagni; Antonio in chiara fama
degli Albizzi e di Filippo Piero;
Taldo Valori, mercante in sotil trama;
e quel che fu rettorico sincero,
messer Francesco Bruni; e un che 'n arme,
Bisdonimi Giovanni, fu sì fèro.
Due cari cittadini furon, parme,
messer Tomaso ed Andrea di Neri,
Matteo di Gueriante in altro carme,
pulito in giostra, ed in quel, buon guerieri
messer Biasgio Guascon; messer Matteo
di Federigo Soldi e Ghin di Veri;
Matteo Villani e Giovanni, che feo
la cronica di tutto l'universo;
e altri molti, a cui manca il dir meo,
sanza que' ch'eran per ciaschedun verso,
chi qua, chi là ne' stran paesi sparti,
virtù usando a ritto ed a traverse
con signor e marchesi in molte parti,
con conti e duchi e con possenti regi,
lor governando con ingegno ed arti.
E ben che fosson fuor de' mondan fregi,
quando ritornerà Pietro e Francesco
teologhi, e' poeti con gran pregi,
Petrarca e 'l Bocaccio, e quel ch'a desco
lesse il tuo Dante, Antonin, che aperti
avea i passi al fonte poetesco?
Così è mancato Fazio degli Uberti,
e simili con gentile inteletto,
che fama di virtù gli ha ben coverti.
Chi avesse avuto in musica diletto
Lorenzo ritrovava e Gherardello,
mastri di quella sanza alcun difetto.
A ritrovar di vene ogni ruscello
sopra la terra non era suo pari,
e quel fu solo, e Bonaver fu quello.
Da quanto fu messer Ciupo Scolari,
si vede ov'è sepolto, ch'a la morte
ebbe ventotto insegne militari.
Messer Bernardo ben seguia tal sorte,
suo figlio, e ben guidava sua bandera,
se non che troppo tosto il volle morte.
Iacopo e gli altri di que' di Buera
e 'l saggio Ariguccio Pegolotti,
che mantenevan sì la scala intera,
quando mancaron, gli scaglion fur rotti.
Così par divenuto in ogni loco
dove fur già i tuo' Fiorentin dotti.
Volesse Dio che 'l virtuoso foco,
che le tre e le quattro donne accende,
non fosse spento per un tristo gioco
dove superbia ed avarizia attende,
e quella terza, che sempre sta trista,
infin che nessun bene altrui comprende;
ché forse ancor sotto Marte e 'l Batista
risurgerebbe il ben, ch'al tutto manca;
ma tardi il credo al fatto ed a la vista,
perché ciascun del ben far tosto stanca.