CCXLVI – D'Elci

By Giacomo Leopardi

O gregge affascinato, o stuol grifagno,

O tu che il pasto affama, e il fonte asseta;

Tu, lungi da ogni amor, solo al guadagno

Intendi; e sei nel resto anacoreta:

L'or, che rivo esser dee, diviene stagno

Per te, che dal mattin fino a compieta

Stretto t'aggiri intorno al chiuso argento,

Come intorno a le macine il giumento.

Benché ogni via t'impregni la scarsella,

Col tuo tormento, che gli eredi ingrassa;

Qual manigoldo, assidua ti flagella

Miseria, frutto de la piena cassa.

Lacero hai tetto e manto; e ogni procella

Franca fino a le viscere ti passa:

Né di scherno ti cale, né ingiuria;

Ma col dì sorgi a meditar penuria.

Il giro de' tuoi campi e l'aia immensa

Mille nibbi, o Arpagon, stancar potria:

Ma le messi sottrai che il suol dispensa,

Già colte; e ubertà cangi in carestia.

Così de i Traci a l'imbandita mensa

Le vivande togliea l'immonda arpia,

E di Fineo su i cibi invan presenti

Stendea l'unghion tra la forchetta e i denti.

Con tenue vitto il ventre a i servi strigne;

Né a' figli è più cortese, o a l'egra moglie.

Rape e lattughe egli in lucerna intigne;

E conta del basilico le foglie.

Il pozzo e la cisterna son sue vigne:

E avarizia il fatò da tutte voglie:

Né spende infermo in medici prudenti,

Ma le membra consegna a esperimenti.

O tu sordo a ogni pianto, e cor di pietra,

Né febbre o morte del vicin ti scuote;

Né ottien giustizia, né favore impetra,

Né ti pare uom chi le bisaccie ha vote.

In te non senti il più bel don de l'Etra?

Non sai che l'altrui duol del nostro è cote?

Che amor di se, d'altrui, noi da le selve

Richiama, e ne distingue da le belve?

Né dottore al bel nodo, né dottrina

Noi trae: ne l'uomo carità è natura,

E indizio ver di parte in noi divina,

Che non teme pietron di sepoltura.

Noi sforza a lagrimar pietà regina

Se l'esequie incontriam d'età immatura,

Se svien su l'urna orfano nido, o trema

Pentito il ladro su la scala estrema.

Gli orti al villano, al cittadino i tetti

Questa munì, né inventò siepe o chiave:

Quei d'altri al nostro, e il nostro a gli altrui petti

Fe scudo; e patto a noi dettò soave.

Poi l'uomo alternò a l'uom soccorso e affetti;

Né il danno altrui del suo stimò men grave.

Come insegnò a la manca aitar la destra,

Sì l'uomo a l'uom necessità maestra.

Pur l'uomo a l'uom per fame d'oro è lupo.

Ma il vitto a i lupi, a te il danaro è sprone,

Che ti caccia per bosco e per dirupo,

Per ia, per piazza, a esercitar l'unghione.

Forse a l'incude l'oro vien dal cupo,

Sol perché effigie esprima, arme e iscrizione?

Perché vien? dimmi, o tu che lo zecchino

Come un quadro contempli del Guercino?

Ma peggio ancor, se apri la man, se n'esce

L'oro, e dal sacco il trae maggior delitto.

Ahi, n'esce a stille, torna a fiumi; e cresce

In ampie somme, che mentì lo scritto.

Come s'offre l'uncin nel pasto al pesce,

Così a l'uom nudo e da l'inopia afflitto

Tu spietato offri un laccio per sostegno;

E ne vuoi tutto, fin le membra in pegno.

Gema indarno il mendico in atrio algente;

Spogli l'are, i parenti; esponga i figli;

Ma l'usure ti paghi, e colla mente

Veggia, anco in sogno, i tuoi vicini artigli.

Questi teme del debito l'urgente

Pena, e tu del danar temi i perigli:

Miseri entrambi. Son d'affanno in gara

Così la gente povera e l'avara.

Sotto apparenze di virtù si cela

Il vizio, e di bel titolo s'onora.

Per modestia, per senno e cautela

Quell'avarizia che in serbar divora.

Ma né scrigni, né figli a tal tutela

Mai fiderò: chi sua pecunia adora,

A i vezzi de l'altrui non è di sasso:

Da l'avarizia al furto è un breve passo.

Quante Erifili, ohimè, vegg'io! Né inulti

Starian tanti sotterra i Polidori,

Se mesti a noi parlassero i virgulti

Come a Enea, spie del sangue e de i tesori.

Pur la prole spogliar coi graffi occulti

Osaste, o madri, e superar tutori;

Pur voi (tanto non feo tigre in caverna)

L'uccideste; e fremé l'ombra paterna.

Né denaro si vuol per trarne onore;

Ma onor si vuol per trarne poi denaro:

Sì che tal ch'esser può legislatore,

Per guadagno maggior resta notaro.

Vedi Olao, che del bene ostenta amore,

Se il ben si vende in certi dì più caro;

Ma di virtù poi merca il vilipendio,

Se dal vizio ha più nobile stipendio.

Muori, guerrier, per le monete, in campo;

Piloto, in mare offri per l'or la vita:

Non temer d'armi né di nubi il lampo,

Siegui la Furia che ricchezze addita:

Sia del tesor, non de la patria, scampo

Il rischio tuo. Né nobile ferita

T'accresce onor; ma, se denar t'appresta,

La cicatrice anco nel dorso è onesta.