CCXLVII – D'Elci

By Giacomo Leopardi

Sia pur ne gli avi tuoi, ma in quei s'arresti

Nobiltà, né in te, Ciacco, si trasfonda,

Mentre il nome di quei col tuo funesti,

E il chiaro fonte va in palude immonda.

Mostrami i propri merti: io far con questi

Voglio il tuo stemma, e d'onorata fronda

Voglio al tuo busto circondar le chiome:

Né a te dia 'l sasso, ma tu al sasso, il nome.

Se la plebe illustrissimo te chiama,

Piangi: scherno divien l'ossequio ingiusto:

In te vogl'io del tenue Arpin la fama

Più che ne l'arme l'aquila d'Augusto.

Benché di nobil tempra, è inutil lama,

Se ruggine le tolse il fil vetusto,

Durindana e Frusberta: e quercia antica,

Quando è secca, si spianta come ortica.

Signor, conosci in te Guelfo e Rinaldo;

Merita gli avi; e ponga in te senato

Il tuo senno, non quel del prisco Ubaldo:

Né vanti chi mal vive, esser ben nato.

Siegui il tuo Pio; né uscir da eroi ribaldo

E degno di frodar l'oncia in mercato.

Se giusto e mite sei, scendi da Giove,

E dà il tuo cor di nobiltà le prove.