CCXLVIII – De Rossi

By Giacomo Leopardi

Riedi riedi, incauta Dori:

E non vedi che ne l'onde

Febo asconde i suoi splendori?

Gridò Cloe da un'alta vetta

A la figlia giovinetta.

Ella torce allor le piante:

Ma però con volto tetro

Mentre il piede affretta avante,

Volge l'occhio irato indietro.

E anelante e lassa, alfine,

Già del colle sul confine,

Dice: o madre, un vago augello,

Che poc'alto ognor dal suolo,

D'arboscello in arboscello

Dispiegava incerto il volo,

Inseguia; ch'ogni momento

Mi parea con man sicura

D'afferrarlo; e quegli al vento

Dando l'ale, a me si fura.

Breve è il vol, ma sempre nuovo;

Sì che i passi ognor rinnuovo:

Ma l'augello ognor si svia.

Quanto mai, quanto sudore

Ahi mi costa, madre mia,

Quall'augello ingannatore!

A colei, che irata accusa

L'augellin che l'ha delusa,

La prudente genitrice

Pria sorride e poi le dice:

Cara figlia, di que' vanni,

Del sudor ch'oggi spargesti,

Ah col volgere de gli anni

Il pensier vivo ti resti.

Qual tu errasti sconsigliata

Per l'augel che t'ha ingannata,

Così l'uomo errando va

Per la sua felicità.

Ognor prossima la vede,

D'afferrarla ognor si crede:

Ma, colei spiegando l'ali

Ad un volo più lontano,

Corron sempre, e sempre invano,

Fin che giungono i mortali,

Tra l'inganno e tra la speme,

Infelici a l'ore estreme.