CCXLVIII – De Rossi
Riedi riedi, incauta Dori:
E non vedi che ne l'onde
Febo asconde i suoi splendori?
Gridò Cloe da un'alta vetta
A la figlia giovinetta.
Ella torce allor le piante:
Ma però con volto tetro
Mentre il piede affretta avante,
Volge l'occhio irato indietro.
E anelante e lassa, alfine,
Già del colle sul confine,
Dice: o madre, un vago augello,
Che poc'alto ognor dal suolo,
D'arboscello in arboscello
Dispiegava incerto il volo,
Inseguia; ch'ogni momento
Mi parea con man sicura
D'afferrarlo; e quegli al vento
Dando l'ale, a me si fura.
Breve è il vol, ma sempre nuovo;
Sì che i passi ognor rinnuovo:
Ma l'augello ognor si svia.
Quanto mai, quanto sudore
Ahi mi costa, madre mia,
Quall'augello ingannatore!
A colei, che irata accusa
L'augellin che l'ha delusa,
La prudente genitrice
Pria sorride e poi le dice:
Cara figlia, di que' vanni,
Del sudor ch'oggi spargesti,
Ah col volgere de gli anni
Il pensier vivo ti resti.
Qual tu errasti sconsigliata
Per l'augel che t'ha ingannata,
Così l'uomo errando va
Per la sua felicità.
Ognor prossima la vede,
D'afferrarla ognor si crede:
Ma, colei spiegando l'ali
Ad un volo più lontano,
Corron sempre, e sempre invano,
Fin che giungono i mortali,
Tra l'inganno e tra la speme,
Infelici a l'ore estreme.