CCXLVIII
O mondo
immondo
e di ben mondo,
che già fosti giocondo
ed ora al fondo
vai di male in peggio!
S'io dico vero, io cheggio
ciascun che miri il seggio
di san Petro;
e se il vero impetro,
con che mente
da l'un de' due, che-mente,
si consente
la gente
umana tenere in affanno?
Ben che poco vi danno
que' che ricchi si fanno:
credon a quello da cui più utile hanno;
niente dell'alma danno,
però che vanno
drieto al mondan bene.
Chi tene
monarchia ben ristora:
lo 'mperio n'adolora,
veggendo in che mal'ora
manca Agusto:
là dove imbusto
è di legname frusto,
si cuopre co' suo' fregi.
Li valorosi regi
in che pregi
son giunti!
Di senno munti
e giovenetti sono;
vanno al perdono,
o voglion far passaggio?
Smarito hanno il viaggio
a que' paesi,
perché a far tesoro sono attesi.
Duchi e conti e marchesi
in mille gradi scesi
ed a mal fare attesi,
come tiranni pronti,
lor piani e valli e monti
chi passa, è disfatto,
perché ciascuno vuol viver di ratto.
Non lascerò il baratto,
che simonia di fatto
e con mal atto
ha disfatto
la Fede.
Patriarca, arcivescovo non siede,
e vescovo ognun fiede,
e ben si vede:
ogni prelato corre
non a dar, ma a tòrre,
e non si puote opporre
a la lor legge:
vendono Dio e' templi e le lor segge!
Comuni e chi li regge,
son su tregge
ravolti.
Chi vuol udir m'ascolti,
ché stolti
son molti,
che reggon i saggi.
Oh, che dannaggi
veggio negli stati!
Gli smemorati,
insensati,
con gli abiti adornati,
montati
in sedia stanno a dar iudizio.
Chi Bruto e chi Fabrizio
esser gli pare;
ecco barili andare,
ché chi non ha che dare
o presentare,
non è udito;
l'offeso è sbandito,
e in cotal partito
il creditore
pres'è dal debitore;
e con questo furore
reo e soperchio
ciascun del cerchio
al ben comun s'atacca:
chi 'l fiacca
e chi l'amacca,
e ciascun ride.
Per questo si conquide
la terra, e si divide,
perché con stride
l'un l'altro discaccia:
in questa traccia
a pochi vien la torta;
però se ne sconforta
chi n'è fori:
chi ha dolori,
e chi ne gode.
Tra queste frode,
da prode
stanno i buon rettori,
che rattori,
amatori
non sono d'onori.
Che val ch'io n'adolori,
che tra' lupi maggiori
sempre s'apella
esser conquisa ogni pecorella?
Brigata bella
e fella
ne' militi sinceri,
che a' loro ordini veri
fanno vitupèri:
non pare ch'alcun si speri
o legga il carme
de' bagnati, corredo, scudo o arme.
Artefici son, parme,
divenuti
saputi
ed astuti
tra' sensali:
su' libri co gli occhiali
fanno specchi,
e con penne agli orecchi,
con cambi secchi
ciascun compera e vende.
Chi presta e chi rende,
chi arappa e chi prende,
e chi accende
usura;
chi ruba e chi fura
sanza cura
e vedova e pupillo.
Li iudici in tranquillo
con falso codicillo,
se ben distillo,
oscuran chi me' scrisse
le leggi e chi le disse:
diffendon chi falisse
e pruovan casta esser Semiramisse;
fanno troiano Ulisse,
ed Ettor greco.
O cieco
e bieco
chi con lor costuma!
Non seguon Numa,
ma pel numo vile
lascian lo vero stile
canonico e civile.
E l'altro ovile
ch'è sì venuto meno,
dico, chi a rimeno
mena filosofia!
e per che via
s'invia
chi si disvia
da Ipocràte!
Con le viste gonfiate,
vendon false derrate
in altrui morte.
La mercantevol sorte,
che nelle vie torte,
fuor di porti e di porte,
va errando,
mercando
e barattando,
navicando,
prestando
e comperando,
quando veggion il tempo,
fornisconsi per tempo
a l'altru' spese:
per Bruggia e per Calese
ed in ogni paese
in su l'altrui arnese
ognuno acquista.
Di quante macchie è mista
e questa e ciascun'arte!
Giuri e spergiuri e falsar d'ogni parte!
Le carte
e' penaiuoli,
e' pretignuoli,
che sì di leggero
secondo papa ed impero
veggio fare:
cosa da dolorare,
ché quelli a cui più fede si dé' dare,
penna menare
né legger sanno appena:
ignoranza gli mena
sanza ragione
con men discrezione.
Lascerà il mio sermone
lo sesso feminile?
Ché tanto è fatta vile
la vedovetta,
e retta
con virtù esser solea!
Parea
religiosa,
vergognosa
e paurosa
d'ogni mal costume;
or dorme su le piume,
non mangia agrume
né alume,
ma sanza lume
l'agio e l'ozio cerca:
e questa merca
non fa donna casta.
Matrimonio si guasta,
perché di nova pasta
si fa pane:
non le mondane
son sì vane
come molte.
O stolte
e disciolte,
ché nessuna pensa
che offensa
è onestà fuggire!
Chi non la vuol seguire,
non è donna,
ma debile colonna
nella mota.
Nota
quanto la rota
di costor si move:
ognor fan prove
di fogge nove;
e quel di ch'io adoloro,
è che il vestir loro
agli uomeni hanno tolto
e sovra 'l volto
capuccio ognuna veste;
e' gioveni con pettinate teste
a la scoperta.
Così par si converta
l'uomo in donna Berta
e donna Berta
in omo.
Ma como
nuovo tomo
han dato le pulzelle!
Che vergogna avean elle
d'alzar la pelle
agli occhi;
or gettan stocchi
inverso gli occhi
altrui.
Non è nessuna a cui
spiaccia lo sguardo.
Ma, s'io raguardo
ora tra' villani,
con vestimenti strani,
zazzere e cape' piani,
camiscion e sottani
in panni sovrani
son conversi;
e per fanghi diversi,
tra gli sprazzi,
con calze contigiate van ragazzi,
e con sì fatti andazzi
i fanti vanno.
Panno
non è sì fine, ch'ognun non vesta,
e con superba cresta
il lor signore
non tengon per maggiore.
E qual maggior dolore
che veder la fancella,
schiava, balia ed ancella,
damigella
mostrarsi?
E li gentili con loro infardarsi,
e spesso amogliarsi
e far famiglia?
Chi qua, chi là s'appiglia
e viene infrato.
O mondo sventurato,
tal si fa Bruto o Cato
nel consolato,
che nato
fia di vil condizione!
E dove dan ragione,
i cassamenti
magni e possenti
dipingon bilance,
e sopra le guance
Ragion e Iustizia,
là dove è più stoltizia.
Ma che tristizia
de le monete!
Quanto le viete
son me' che le nuove!
Se vuogli saper dove,
raguarda il bolognino,
e 'l genovino,
e 'l grosso fiorentino,
e 'l quattrino,
e l'ancontano,
e l'ambrogiano:
ciascuno è vano
di ch'esser solea.
Ciascun fallea;
la bugia si crea
nel sacrato templo:
s'io ben contemplo
a le sepolture,
le scolpite figure
quello c'ha fatto usure
metton in alture:
- Qui giace il degno -,
che un pezzo di legno
fia vissuto!
divenuto.