CCXV

By Franco Sacchetti

Pieno è il mondo di falsi profeti,

d'astrologhi, sibille e di resie,

di sogni e fantasie,

d'indovini, d'auguri e nigromanti:

ciascuno abbaia, e non è chi glil vieti,

volendo autenticare il dir busgie,

per indirette vie

mostrando l'avenire su per li canti,

come avuto l'avesson da' santi.

Così i tapini voglion profetare,

e tal si vuol mostrare

Isaia, Eliseo o Daniello,

che legger non sapria il Donadello.

Solean i santi per spirito degno

dir profezie, e quelle sempre vere;

ora non può tacere

l'ipocrito, per dimostrarsi giusto;

l'altro come di matto mostra segno,

sùbito grida e vuol antivedere;

un altro ha il sapere

da Bacco, che di-vino gli forma il busto.

Il popol tutto è a ridir robusto,

e ciaschedun per vero a sé lo reca.

Ahi gente vana e cieca,

che non si crede oggi a' vangelisti

come a' profeti falsi, vani e tristi!

Astrologhi eccelsi d'ogni parte

piovono a dire delle stelle il corso,

e tal non vedria l'orso,

che veder vuol ciò che 'l ciel volge e gira;

e giudican talor secondo Marte,

talor dicon Saturno aver trascorso,

talor Mercurio è morso

e Iupitèr commosso a spander ira.

La commeta, signor che vegna, spira;

se dicon venir pioggia, alor vien secco,

avendo ritto il becco

sempre a mentir; ed a que' che non sanno,

Alfonso o Tolomeo chiamar si fanno.

Quante per via si truovan Sibille

i' non potrei contar né dir per versi:

con bianchi panni e persi

tutte predicon a chi le domanda;

non vecchierella è di sì triste ville,

non vedovetta, che non dia traversi,

dicendo casi adversi,

ne' qua' chi vive corre d'ogni banda:

da la cucina recan tal vivanda,

e tal s'è consigliata con le gatte.

E così matte matte

vogliono affermare il lor sermone,

sì come Pallas fossono o Giunone.

Delle resìe, raguardi i gran pastori

chi non mi crede, e se 'l tempo presente

a Urbano e Clemente

insegna già menar le nude spade.

Come poss'io riprendere i minori,

quando i padri de l'umana gente

con oscurata mente

essemplo dànno, ch'ogni fede cade?

O sanza Cristo cristiani e contrade,

qual è tra voi quella ch'abbia pace?

Lupo ciascun si face,

e non ci basta insanguinar la terra,

che 'l mar corriamo per più cruda guerra.

Sogni e fantasie ogn'uomo afferma,

sì come dal dormire venisse prova

che ciaschedun commova

secondo quel fermare ogni speranza;

la mente, che, vegghiando, vive inferma,

fantastica dal sonno, se si trova

tra gente vecchia o nova,

mostra l'ombre notturne con fidanza.

Molto ci van le feminelle a danza,

narrando per visione i capogirli

dove possan ben dirli;

farnetica ciascun quanto più puote

per tale andazzo di cervella vòte.

Che dirò io de' falsi indovini,

che piena n'è la terra più che d'erba,

ciascun mostrando verba,

come Anfirao fosson o Aronta?

Costor stan sempre poveri e mischini

e quanto menton, tanto han più superba;

per lor niun ben si serba;

sempre indovinan male con faccia pronta:

morte e fame e discordia si raconta

per loro, e guerre e battaglie e romori.

E per questi timori

chi si fornisce in biada, e chi in arme,

e chi vacilla per sì nuovo carme.

Auguri ci ha, e non son gente poca,

uomeni e donne, e ciaschedun ci è orbo:

chi cantar ode il corbo,

dice ch'anunzia morte a sua famiglia;

in lunedì non si vuol mangiar oca;

chi la donnola scontra, segue il morbo;

tempo dé' venir torbo,

se la gatta col piè spazza le ciglia:

così è 'l mondo pien di maraviglia.

Ne' nigromanti finirà il mio motto

ch'ognuno è Michel Scotto,

dicendo ne l'ampolla il diavol hanno

e con fatture assai corpi disfanno.

Canzon, non vidi mai tanta tempesta,

quanta al presente veggio tra' cristiani,

e gli uomeni insani

van predicendo pur di male in peggio.

Tempo mi par da lodar quella gesta

de' Saracini e degli altri pagani,

che stanno cheti e piani

e non combatte l'un con l'altro seggio.

Italia mia, consumar ti veggio:

ciascun mal face e ciaschedun mal dice;

o Saturno filice,

l'età de l'auro in fango è or discesa,

virtù è morta, e non c'è più difesa.