CCXVIII – Bertola
Non ha, non ha sul viso
L'asprezza, o la burbanza:
In atto è di sorridere;
E pinge il suo sorriso
Le idee de la speranza.
Fisse ha le ciglia; e pare
Che 'l pianto abbian versato;
Ma già nol versan; simili
As aspetto di mare
Quando il turbo è cessato.
Ama i poggi romiti,
E lo speco odoroso;
Ama le sere tacite;
E son suoi favoriti
Il silenzio e 'l riposo.
Ma quel silenzio dove
Al cor Natura parla;
E 'l cor risponde, e palpita,
E gli spontanei move
Sospiri a corteggiarla.
E quel riposo in cui,
Se al sonno s'abbandona,
Certa è d'un sogno placido;
Onde co' pensier sui
Scherza, se non ragiona.
Malinconia! qui sede
Meco perpetua eleggi;
Qui fonda un regno; déttami,
In premio di mia fede,
Tutte qui le tue leggi.
Ed or che riede aprile,
Cerchiamo il sen del bosco.
Fra i solinghi ricoveri
So dove è il più gentile:
Ogni arbor ne conosco.
April su la verzura
Voglio che teco assiso
Mi trovi. Ah, sonmi un carcere
Le cittadine mura;
E quella, un vero Eliso.
Pur fra le piante el'erba,
Entro i paterni lidi,
Te, di pochi delizia,
Te, al volgo ignota o acerba,
La prima volta io vidi.
Io su la destra palma
Il mento e l'una gota
Appoggiava: ne' languidi
Sguardi la suddit'alma
Del fanciul ti fu nota.
Poi, ne l'età fiorente,
L'indole mansueta
Per te, l'arti m'ornaro;
E fra l'itala gente
Fui creduto poeta.
E a' boschi fei ritorno,
Ospiti de la pace:
Cantai de' boschi; ingenuo
Fu il canto e disadorno;
Pur so che piacque e piace.
E l'alma apersi a tanti
Amabili tumulti,
Quanti de l'alba il zefiro
Desta fioretti, e quanti
Fa tremolar virgulti.
Tu i fantastici oggetti
Moltiplichi, e colori
Di quel dolce patetico,
Per cui piaccion gli affetti
Del cor laceratori.
E tu l'anima infondi
Ne' sassi e ne le piante:
Per te gl'insetti parlano:
Tu crei novelli mondi,
Amabilmente errante.
Un dolce tuo consiglio
Fu che i tesor m'aprio
De' pensieri britannici:
Onde con fermo ciglio
Guardai la morte anch'io.
Tranquillamente fiero,
De le tombe su l'orlo,
Esaminai gli scheletri:
Entusiasta pel vero,
Scesi fra l'ombre a corlo:
E in cor mel posi, e 'l trassi
A le cittadi meco.
Oimè, ch'io posso perderlo,
Se gl'incerti miei passi
Non vengon sempre teco;
E se tu a consigliarmi
Non segui i campi aprici,
E al facil rischio togliermi
Del fasto, e di tant'arti
A fede insidiatrici.
O, chi udir fammi rivo
Che gorgogli fra sassi?
E fra i pioppi che il cingano,
L'usignuol fuggitivo,
Ch'ama frescura, e stassi?
Chi, quand'espero è fuore,
M'apre di selva bruna
Il silenzio, ove penetri
Interrotto il chiarore
De la sorgente luna?
Perché così t'adoro,
Certo mi si contrasta
Starmi in drappei festevoli:
Ma che far mai di loro?
Un amico mi basta.
Ceda al tempo il mio nome;
E mentre a più begli estri
Le Muse il lauro porgono,
Gittin su le mie chiome
Poche rose silvestri.
No, il genio non mi chiama
Ad aonii portenti:
Ma che potrei lagnarmene?
Un secolo di fama
Merta poi tanti stenti?
Io scrivo, e per me stesso
Fo del mio cor l'immago.
Che son per me gli oracoli
Di critico consesso,
Se l'amistade appago?
Quando noiato o stanco
A l'ermo tetto arrivo
Colle cadenti tenebre,
Malinconia m'è al fianco;
M'ispira un verso; io scrivo.
O sere, o mio ritiro,
In cui pensier, costumi
Di mille genti io visito;
E qual ape m'aggiro
Su' diletti volumi!
De la mia giovinezza
Retaggi ch'io sol amo,
Fra voi, fra l'amicizia
Mi trovi la vecchiezza,
Cui non odo e non bramo:
E fra' campi mi trovi,
Sempre cultor di schietti
Canti, sempre sensibile,
Quando april si rinnovi,
A i boscherecci oggetti.
Tu, come dio maggiore
Del genial tempio, e come
Dispensator d'un néttare
Che spirto inebbria e core,
(Onorate il gran nome)
Tasso, tu meco; e sempre
Con te vegliar mi giova:
Il quel tuo dolce pelago
Di patetiche tempre,
Se stesso il cor ritrova.
Ma in te quanti gran semi
Di divin foco pregni!
Che gelo in me! che spazio
Fra questi punti estremi,
O padre de gl'ingegni!