CCXVIII – Bertola

By Giacomo Leopardi

Non ha, non ha sul viso

L'asprezza, o la burbanza:

In atto è di sorridere;

E pinge il suo sorriso

Le idee de la speranza.

Fisse ha le ciglia; e pare

Che 'l pianto abbian versato;

Ma già nol versan; simili

As aspetto di mare

Quando il turbo è cessato.

Ama i poggi romiti,

E lo speco odoroso;

Ama le sere tacite;

E son suoi favoriti

Il silenzio e 'l riposo.

Ma quel silenzio dove

Al cor Natura parla;

E 'l cor risponde, e palpita,

E gli spontanei move

Sospiri a corteggiarla.

E quel riposo in cui,

Se al sonno s'abbandona,

Certa è d'un sogno placido;

Onde co' pensier sui

Scherza, se non ragiona.

Malinconia! qui sede

Meco perpetua eleggi;

Qui fonda un regno; déttami,

In premio di mia fede,

Tutte qui le tue leggi.

Ed or che riede aprile,

Cerchiamo il sen del bosco.

Fra i solinghi ricoveri

So dove è il più gentile:

Ogni arbor ne conosco.

April su la verzura

Voglio che teco assiso

Mi trovi. Ah, sonmi un carcere

Le cittadine mura;

E quella, un vero Eliso.

Pur fra le piante el'erba,

Entro i paterni lidi,

Te, di pochi delizia,

Te, al volgo ignota o acerba,

La prima volta io vidi.

Io su la destra palma

Il mento e l'una gota

Appoggiava: ne' languidi

Sguardi la suddit'alma

Del fanciul ti fu nota.

Poi, ne l'età fiorente,

L'indole mansueta

Per te, l'arti m'ornaro;

E fra l'itala gente

Fui creduto poeta.

E a' boschi fei ritorno,

Ospiti de la pace:

Cantai de' boschi; ingenuo

Fu il canto e disadorno;

Pur so che piacque e piace.

E l'alma apersi a tanti

Amabili tumulti,

Quanti de l'alba il zefiro

Desta fioretti, e quanti

Fa tremolar virgulti.

Tu i fantastici oggetti

Moltiplichi, e colori

Di quel dolce patetico,

Per cui piaccion gli affetti

Del cor laceratori.

E tu l'anima infondi

Ne' sassi e ne le piante:

Per te gl'insetti parlano:

Tu crei novelli mondi,

Amabilmente errante.

Un dolce tuo consiglio

Fu che i tesor m'aprio

De' pensieri britannici:

Onde con fermo ciglio

Guardai la morte anch'io.

Tranquillamente fiero,

De le tombe su l'orlo,

Esaminai gli scheletri:

Entusiasta pel vero,

Scesi fra l'ombre a corlo:

E in cor mel posi, e 'l trassi

A le cittadi meco.

Oimè, ch'io posso perderlo,

Se gl'incerti miei passi

Non vengon sempre teco;

E se tu a consigliarmi

Non segui i campi aprici,

E al facil rischio togliermi

Del fasto, e di tant'arti

A fede insidiatrici.

O, chi udir fammi rivo

Che gorgogli fra sassi?

E fra i pioppi che il cingano,

L'usignuol fuggitivo,

Ch'ama frescura, e stassi?

Chi, quand'espero è fuore,

M'apre di selva bruna

Il silenzio, ove penetri

Interrotto il chiarore

De la sorgente luna?

Perché così t'adoro,

Certo mi si contrasta

Starmi in drappei festevoli:

Ma che far mai di loro?

Un amico mi basta.

Ceda al tempo il mio nome;

E mentre a più begli estri

Le Muse il lauro porgono,

Gittin su le mie chiome

Poche rose silvestri.

No, il genio non mi chiama

Ad aonii portenti:

Ma che potrei lagnarmene?

Un secolo di fama

Merta poi tanti stenti?

Io scrivo, e per me stesso

Fo del mio cor l'immago.

Che son per me gli oracoli

Di critico consesso,

Se l'amistade appago?

Quando noiato o stanco

A l'ermo tetto arrivo

Colle cadenti tenebre,

Malinconia m'è al fianco;

M'ispira un verso; io scrivo.

O sere, o mio ritiro,

In cui pensier, costumi

Di mille genti io visito;

E qual ape m'aggiro

Su' diletti volumi!

De la mia giovinezza

Retaggi ch'io sol amo,

Fra voi, fra l'amicizia

Mi trovi la vecchiezza,

Cui non odo e non bramo:

E fra' campi mi trovi,

Sempre cultor di schietti

Canti, sempre sensibile,

Quando april si rinnovi,

A i boscherecci oggetti.

Tu, come dio maggiore

Del genial tempio, e come

Dispensator d'un néttare

Che spirto inebbria e core,

(Onorate il gran nome)

Tasso, tu meco; e sempre

Con te vegliar mi giova:

Il quel tuo dolce pelago

Di patetiche tempre,

Se stesso il cor ritrova.

Ma in te quanti gran semi

Di divin foco pregni!

Che gelo in me! che spazio

Fra questi punti estremi,

O padre de gl'ingegni!