CCXXII – Mascheroni

By Giacomo Leopardi

Andiamo, Lesbia: pullular vedrai

Entro tepide celle erbe salubri,

Dono di navi peregrine: stanno

Le prede di più climi in pochi solchi.

Aspettan te, chiara bellezza, i fiori

De l'Indo: avide al sen tuo voleranno

Le morbide fragranze americane,

Argomento di studio e di diletto.

Come verdeggia il zucchero tu vedi,

A canna arcade simile; qual pende

Il legume d'Aleppo dal suo ramo,

A coronar le mense util bevanda;

Qual sorga l'ananàs; come la palma

Incurvi, premio al vincitor, la fronda.

Ah non sia chi la man ponga a la scorza

De l'albero fallace avvelenato,

Se non vuol ch'aspre doglie a lui prepari,

Rossa di larghi margini, la pelle.

Questa, pudica, da le dita fugge;

La solcata mammella arma di spine

Il barbarico cacto; al Sol si gira

Clizia amorosa. Sopra lor trasvola

L'ape ministra de l'aereo mele:

Dal calice succhiato in ceppi stretta

La mosca, in seno al fior trova la tomba.

Qui pure il sonno con pigre ali, molle

Da l'erbe lasse conosciuto dio

S'aggira; e al giunger d'Espero rinchiude

Con la man fresca le stillanti bocce,

Che aprirà ristorate il bel mattino.

E chi potesse udir de' verdi rami

Le segrete parole allor che i furti

Dolci fa il vento, su gli aperti fiori,

De gli odorati semi, e in giro porta

La speme de la prole a cento fronde;

Come al marito suo parria gemente

L'avida pianta susurrar! Ché nozze

Han pur le piante: e Zefiro leggiero,

Discorritor de l'indiche pendici,

A quei fecondi amor plaude aleggiando.

Erba gentil (né v'è sospir di vento)

Vedi inquieta tremolar sul gambo.

Non vive? e non dirai ch'ella pur senta?

Ricerca forse il patrio margo e 'l rio;

E duolsi d'abbracciar con le radici

Estranea terra, sotto stelle ignote;

E in europea prigion bevere a stento

Brevi del Sol, per lo spiraglio, i rai.

E ancor chi sa che in suo linguaggio i germi

Compagni, di quell'ora non avvisi

Che il Sol, da noi fuggendo, a la lor patria,

A la Spagna novella il giorno porta?