CCXXII – Mascheroni
Andiamo, Lesbia: pullular vedrai
Entro tepide celle erbe salubri,
Dono di navi peregrine: stanno
Le prede di più climi in pochi solchi.
Aspettan te, chiara bellezza, i fiori
De l'Indo: avide al sen tuo voleranno
Le morbide fragranze americane,
Argomento di studio e di diletto.
Come verdeggia il zucchero tu vedi,
A canna arcade simile; qual pende
Il legume d'Aleppo dal suo ramo,
A coronar le mense util bevanda;
Qual sorga l'ananàs; come la palma
Incurvi, premio al vincitor, la fronda.
Ah non sia chi la man ponga a la scorza
De l'albero fallace avvelenato,
Se non vuol ch'aspre doglie a lui prepari,
Rossa di larghi margini, la pelle.
Questa, pudica, da le dita fugge;
La solcata mammella arma di spine
Il barbarico cacto; al Sol si gira
Clizia amorosa. Sopra lor trasvola
L'ape ministra de l'aereo mele:
Dal calice succhiato in ceppi stretta
La mosca, in seno al fior trova la tomba.
Qui pure il sonno con pigre ali, molle
Da l'erbe lasse conosciuto dio
S'aggira; e al giunger d'Espero rinchiude
Con la man fresca le stillanti bocce,
Che aprirà ristorate il bel mattino.
E chi potesse udir de' verdi rami
Le segrete parole allor che i furti
Dolci fa il vento, su gli aperti fiori,
De gli odorati semi, e in giro porta
La speme de la prole a cento fronde;
Come al marito suo parria gemente
L'avida pianta susurrar! Ché nozze
Han pur le piante: e Zefiro leggiero,
Discorritor de l'indiche pendici,
A quei fecondi amor plaude aleggiando.
Erba gentil (né v'è sospir di vento)
Vedi inquieta tremolar sul gambo.
Non vive? e non dirai ch'ella pur senta?
Ricerca forse il patrio margo e 'l rio;
E duolsi d'abbracciar con le radici
Estranea terra, sotto stelle ignote;
E in europea prigion bevere a stento
Brevi del Sol, per lo spiraglio, i rai.
E ancor chi sa che in suo linguaggio i germi
Compagni, di quell'ora non avvisi
Che il Sol, da noi fuggendo, a la lor patria,
A la Spagna novella il giorno porta?