CCXXVI

By Giovan Battista Nicolucci

Quando pensai che più m'avesse a schivo

colei che mi teneva ognor diviso

da l'angelica mano e dal bel viso,

dal dì ch'io fui de' suoi vaghi occhi privo,

miraila, e vidi che, l'avorio vivo

alzando, il pose tra soave riso

e dolce sguardo, e parve un paradiso

per novi cieli e lampi e lumi divo.

Anime elette, che rischiara ed urge

ed acqueta di gloria alto desio,

mentre in luce e in amor letizia surge,

ditemi che piacer vi formi Dio,

ch'i' dirò di che affetto il cor mi turge

per la beltà ch'in tre si sparse e unio.

Tu che vedi e governi il mio pensiero,

di ch'io non so la strada,

Amor, dimmi a qual fin suo corso vada.

Il fin de la tua mente è sì perfetto

che l'umana natura

e se stesso non cura

se non quanto dal Ciel tien per soggetto,

tal che per farti sol tutto intelletto

l'alma del corpo spoglia,

quantunque ella rimanga entro la spoglia.

Amor, questo è il morir, di ch'io dicea,

quando uscivan dai sensi

i miei spiriti intensi

negli occhi di colei che in terra è dea,

ma qual è la cagion che non è rea

la partenza ch'io faccio

da me quando a mirarla mi disfaccio?

Alor dal velo tuo noioso e frale,

traendoti i suoi rai,

tu, purgato, ti fai,

ne la lor vista angelica, immortale;

qui perché inferma qualità non vale

l'anima pura vedi,

e lei vedendo eterno ben possedi.

Dunque, Amor, questa gioia e questi lumi

godiamci nel bel viso

di quella che qui mostra il Paradiso.