CCXXXIII

By Matteo Bandello

Che furor santo, che splendor, che luce,

che novo ardor il petto già m'ingombra

di tant'alto desir, ch'indi disgombra

ciò che di bassa voglia vi dipende?

Come sì tosto si dilegua l'ombra,

che m'offoscav'il cor, onde riluce

sì chiaro lume, che mi guida e duce

ove del sacro lume il lume splende?

Già scalda il sol del ciel il mezzo, e istende

per valli, colli e piagge il vivo fuoco,

né giace sott'il nostro clima luoco

u' non penetri il nodritivo raggio:

e pur, tra il globo della fredda luna

e 'l nostro, miro gir dorata stella,

ch'or basso or alto scintillando corre

dal Borea all'Austro, in questa parte e 'n quella,

e nova gente vedo che s'aduna,

anzi adunata segu' il bon vïaggio,

ch'a Cristo mena, che nasciuto in terra

l'intricata catena vuol disciorre,

che la strada del ciel al mondo serra,

privo di pace e pieno d'ogni guerra.

Ma come mai potrò, se non m'aiuti,

Verbo del Padre, quel ch'io veggio dire?

Dammi ch'io possa i tuoi misteri aprire

che senza par in terr'e 'n ciel tu fai.

Ove comincia Febo ad apparire,

quando l'aurora ei vuol che si tramuti

di gialla in ranza ed ella par rifuti

sentir il caldo d'i pongenti rai,

un popol fuvi, che con dolci lai

pregava che venisse tosto l'ora

ch'il mago Balaam predisse allora

ch'a maledir Giacob in alto ascese;

onde, nascend' il Re del ciel, apparve

lor la stella con rai così lucenti

ch'ei disser: – quest' è 'l segno che dimostra

colui che dè salvar l'umane genti

levand' a profezie l'oscure larve –.

Poi, seguendo la stella, il bel paese

d'orïente lasciaro, in ver' Giudea

drizzand' i dromedarii per la chiostra

d'erbose piagge, dove risplendea

la stella, ch'il camino antecedea.

Cossì passando d'un in altro colle,

per vie deserte, per boschetti e dumi,

per folte selve, mari, laghi e fiumi,

dentro Gerusalem al fine entraro.

Quivi la stella ascose i vaghi lumi,

ch'il suo favor Iddio all'uomo tolle,

quand'ei si volge al mondo errante e folle,

come fer questi ch'ad Erode andaro.

Ma com'Erode e la città lasciaro,

ratto mostrossi la fidata scorta,

onde ciascun di quei si riconforta

e segue allegramente il bon camino.

Indi ella poi sovragiungendo dove

nato giaceva nel tugurio Iddio,

parea fermata che dicesse loro:

– qui fia contento il vostro bon disìo –.

Ferma è la stella, n'indi più si move,

ond'egli entrati dentr' a capo chino

dinanzi al Re del ciel prostrati stanno

cui del portato ricco gran tesoro

novo tributo lietamente fanno,

ch'incenso, mirra ed oro a quello dànno.

Chi vi sospinge, o sacri Reggi, fare

quel che voi fate sì devoti e umìli

ad un fanciul tra panni involto vili

e posto in un presepe sovr'il feno?

Chi stringe i vostri petti signorili,

quel ch'a Dio deve ogn'uom, a questo dare?

È quest'il Re che fatto v'ha lasciare

l'orïental paese, almo, sereno?

Un uomo vi trovate d'anni pieno,

e seco una fanciulla, né vedete

un servo sol, e pur constanti sete

ch'egli sia quel ch'in terra ricercate.

Ov'è 'l reame, u' le cittadi e ville,

u' son i servi, dov'è 'l lett' aurato,

gl'alti pallazzi, le pompose sale,

l'ostro, le perle e l'oro sì apprezzato?

U' son le trombe e le sonanti squille,

u' son le squadre de' giostranti armate,

le pompe, i giochi e le gioiose feste?

Tu, Re del ciel, eterno ed immortale,

tu quello sei che fai quest'opre, queste,

acciò ch'il tuo poter si manifeste.

Tu sei fanciul nel vil tugurio, e 'n cielo

nova stella dimostri e de i Sabei

accendi a gl'alti Reggi il petto, e quei

per longhe strade meni ad adorarti.

Né perché veggian come nato sei

d'un'umil donna, nel più algente gielo,

di nostra carn'avolto in fragil velo,

lascian per questo riverenza farti.

Tra l'asinello e 'l bue miran posarti,

e tu (la tua mercé) gl'allum' il core,

ch'ei dicon: – quest'è pur il ver Signore,

ch'in principio creò di nulla il tutto –.

Iddio ti dice il dato incenso, e vero

uomo mortal la mirra, e l'oro Regge,

ché sotto questi sacri doni aperto

t'adoran per colui ch'il tutto regge.

Cossì dinanzi a te co' 'l cor sincero,

tremando e ardendo e non co' 'l viso asciutto

stanno pregando che lor doni accetti,

e per tua grazia sol, senz'alcun merto,

troppo mercé gli par se tu gli metti

tra 'l numero de' tuoi beati eletti.

E dicon pur sovente: – è questo quello,

quello promesso agnel ne 'l tempo antico,

che dè caciar del mondo il fier nemico

e poi le porte aprir del Paradiso?

È questo quel che l'uom dè far amico

a Dio, cui prima è stato sì rubello?

È quest'il sacro, immaculato agnello,

che su la croce al fin vedrassi anciso –?

O veramente in ciel formato viso,

ove chi 'ntentamente gl'occhi gira

ogni bellezza, ogni dolcezza mira,

possent'a rasciugar ogni gran pianto,

quanto debiamo a te, ch'a' nostri giorni

degnato sei vestir umana carne!

Queste mani gentil perché non lice

mille volte basciar, che puon salvarne?

Non è donque stupor, se l'aria adorni

di nova stella, ché tu sei quel santo,

cui senza non son santi, e per te stesso

te stesso bei e l'uomo fai felice,

ché tu sei quel che sei, quel bene espresso

ov'ogni grazia il Padre etern' ha messo.

Del Padr'eterno eterno sei figliuolo,

a quel ugual, cagion d'ogni cagione,

Dio ver di ver Iddio, u' la ragione

d' i nostri ingegni non distende l'ali.

In te, da te, per te ciò si dispone,

che scalda il sol, ovunque spiega il volo.

Tu luce, tu bellezza e bene solo,

de 'l tutto fin, che sovr'il tutto sali,

tu per pietà de' miseri mortali,

ch'eran pregioni sott'il Re d'inferno,

lasciat'il bel reame sempiterno,

uomo sei nato quale semo noi.

Buono, perfetto, immenso, indefinito,

fonte del vero, sol in te ristretto,

diffuso in tutto, il ventre de Maria

per degn'albergo t'hai qui 'n terr'eletto.

Come si trove l'uom al verbo unito,

e quel che sei, Signor, quel che tu puoi

dir non si può, ché nostri ingegni avanza.

Cossì dicean con voce bassa e pia

del vil tugurio dentr'all'umil stanza

i santi Magi pieni di speranza.

Ond'io, Signor, a te con quest'insieme

vengo, che fur primizie della gente,

acciò ch'allumi la mia cieca mente,

ch'altro ch'il tuo voler unqua non voglia.

Dammi, Signor, ch'offrir ti possa sempre

con cor perfett'incenso, mirra ed auro,

e de' commessi per adietro errori

senta l'alma per te da te restauro.

Non permetter ch'in me l'error s'ensempre,

anzi fa' che da me ratto si toglia,

e viva, al fin di questa vita, degno

in ciel fruir i tuoi felici amori,

di cui te stess'a noi desti per pegno,

com'arra in terra del celeste regno.