CCXXXIV
Ecuba, che sei stata
sì beata e felice,
poi misera, infelice,
quanto mai donna al mondo fosse nata;
ecco che fortunata
e trarti for di guai
può quella a cui tu vai,
quella, ch'altiera e sola
per le bocche d' i dotti viva vola.
Quest'è colei che 'n terra
è specchio d'ogni bene
e tanta grazia tiene,
che 'n lei ragion mai sempre il senso atterra.
Pace ivi senza guerra
han le virtuti unite
e fan che 'n lei s'addite,
con vera castitate,
quanta ebbe grazia mai qual fosse etate.
Ella a le Muse nido
fatt'ha del casto petto,
con quel chiaro intelletto,
angelico, divin, veloce e fido.
Indi ne vola il grido
del suo limato stile
da l'Indo adusto a Tile,
che fanno i santi versi
a l'alme di profitto dolci e tersi.
Che nel suo sacro speglio,
lucido e trasparente,
si mira l'alma e sente,
quant'è grave il peccato novo e veglio,
e volta a Dio il meglio
cerca allor di seguire,
bramando di morire,
per far del ciel acquisto
e star mai sempre lieta col suo Cristo.
Né per ciò punto sdegna
questa nobil Regina,
s'alcun talor s'inchina
di Parnaso seguir l'altiera insegna.
Anzi quant'è più degna
di sangue, regno ed oro,
più prezza il verde alloro
e col real favore
rend' a' Poeti il meritato onore.
O dunque senza pare,
questo mio picciol dono,
ch'umil vi sporgo e dono,
piacciavi umanamente d'accettare;
e ch'altro può donare
a sì reale altezza
l'infima mia bassezza,
ch'opra di carte e inchiostro,
se le gemme sprezzate, perle ed ostro?
Via più voi fate stima
d'un bell'ingegno ed alma
vertù d'una pura alma,
che di quant'oro e regni il volgo stima.
Questo vi fa la prima
di quanti mai la Fama
al suo trionfo chiama,
che 'n corpo ancor mortale,
chiara vi rende, sacra ed immortale.