CCXXXV

By Domenico di Giovanni

Voi, che sentite gli amorosi vampi

Ne gli alti cuor dentro a' maturi petti,

Venite a gli uccelletti

Udir, di cui n'attende il sommo Cielo;

Che da' lor dolci canti sono eletti

Vostri intelletti più profondi, e ampi,

Che risplendon da' lampi

Della Stella, che alluma il terzo Cielo.

A ciò mi muove un zelo

Venuto in signoria dell'alma a porsi

Con amorosità d'intendimento;

Che sospirar mi fa con dolci tremi.

Altra volta già venne, e nol soccorsi,

Perch'io ero d'amor giunto a gli estremi;

Onde or con voi vorre'mi

Dolere, e consolar di quel ch'io sento:

E non gittar le mie parole al vento.

Nel casto petto di mia donna ancilla

Arde una fiamma indi cristallo un fonte,

Che infin dall'orizzonte

Fa lume il Sol, quando si leva il giorno:

E nell'altiera sua splendida fronte,

E ne' begli occhi, onde il dolor si stilla

Mi rimembra Sibilla:

Poiché soffiò nel velenoso corno:

Che 'l Cielo a torno a torno

Fulminando s'aperse, e per disdegno

Percosse l'alta, e fulbea colonna;

Sopra qual era Apollo d'ogni viro

Combusto l'alto in maggior suo sostegno.

Oimè, che poi creò speme martiro,

Perché d'Amore sentiro

I gelidi pensier di questa donna,

Che gli occhi di virtù mai non insonna.

Quanto paresse lor tal manna acerba

Cantil piangendo dolcemente Orfeo:

Quando del mare Egeo

Giacer vide in su l'onde il Serpentauro,

Che unito aveva già seco ogni Deo,

Ogni stella crudel, niqua, e superba;

Perché il sapor de sta erba

Sembrava a i lor gusti tanto amauro:

Erano i suo' fior d'auro,

E di zaffir le sue fronde odorifere;

Ed ogni pianta parea di corallo;

Le radici già mai più nate in terra:

O vigor santo, o anime fruttifere,

Quanta dolcezza voi spargeste in fallo,

Poi tosto fece tallo

Ogni ramo di voi, che 'l seme serra;

Onde morte non mai perde poi guerra.

Il grande esilio, e la tranquilla pace,

Che nostra umanità pose in altura,

Non ne schifò natura,

Bench'ella fusse di suo corso al fine:

Ma fe', come Fenice, che non cura

Morte tra fiamma, e fiamma che la sface.

Perché poi come face

Redire spera in sue membra meschine.

Così l'opre divine

Non furon pigre al nostro mortal sangue;

Come Giovanni vidde sopra l'acque,

Dov'io lasciai quella malvagia sera:

E come Leon dorme, Tigre, ed Angue,

Non manca in sua virtù, con la qual nacque:

Così mentre che giacque

Fra petra, e petra quell'alma sincera

Vinse superbia, e ogni mente altera.

Tosto che pochi passi furon fermi

Dieron tregua a' sospir le labbra antiche;

E le forze nimiche

Furon con ragion tolte a chi l'avea,

Come cantaron già le vere Piche

In boschi, in selve, in luoghi sparsi, ed ermi;

Quando con dolci sermi

La Vergine nutriron fatta Ebrea:

La cui prima solea

Far ombra alla Fortuna, o al suo spendio

Misto fra scuro, umido, e secco albore,

Con tre nutrici della nostra mamma:

Così per tal sostanzia tale incendio

M'apparve come stella spira in fiamma;

Qual poi spinse una dramma

Fra l'alme, e di pietà, e di terrore;

onde poi nacque cui chiamiamo Amore.

Costui poi che sia nato il falso erede

Porrà giù l'Arco, e la crudel Faretra,

Temendo della petra

Armata già nella veloce fromba:

Indi fuggendo dalla dolce Cetra,

Come fe' tal, che trionfando or l'ode,

Che con asciutto piede

Passò già Stige, ov'ogni cosa piomba:

Questa sonora tromba

Svegliò le sacre incoronate chiome,

E le lingue severe, e gli occhi onesti

Nel grave, e duro sonno d'Adam vinti;

Qui cominciar l'Angeliche idiome:

Questi del benedetto stame cinti

Co' bei pensier dipinti,

E scritti nella fronte alti, e celesti,

Come tu donna dentro al cor gli avesti.

Non già canzon, come molt'altre vanno,

Va' riguardando il tuo vago tesoro

Da quei che amor non hanno,

Né gentilezza, né virtude in loro.