CCXXXV
Debb'io mai sempre, Amore,
viver lontan da quella
ne' cui begli occhi impenni e spieghi l'ali?
Devrà mai sempre il core
lontan da la sua stella
esser albergo d'infiniti mali?
So pur che molto vali
quando il fier arco tendi,
però se mai ti calse
di me, né prego valse,
rendi a la vista il vago obietto, rendi,
acciò ch'io possa 'l viso
mirar, cui senza son da me diviso.
Ché senza l'alma vista
io son come terreno
ove non scaldi il sol, negletto e incolto,
e la mia vita trista
sento venirsi meno
tanta è la doglia ov'io mi trovo involto.
Né a me lo mondo tolto
sì mi dorei com'io
viver lontan mi doglio
da quella per cui soglio
d'ogn'altra vista aver eterno oblio;
ch'un suo bel sguardo solo
di terra può levarmi in cielo a volo.
Deh dimmi, Amor, che fora
senza lei la tua forza,
l'arco, gli strali e le facelle ardenti?
Le tue quadrella indora
il suo chiar raggio, e sforza
seguirti le più sagge e salde menti;
gli sguardi suoi cocenti
ti danno eterno impero
sovra mortali, e puoi
oprar ciò che tu vuoi
tal è virtù fra 'l vivo bianco e nero!
Fammi dunque sentire
come dinanzi a lei si suol gioire.
Fin qui son stato in vita
sperando pur un giorno
sul Mincio ritrovarmi a le grat'ombre.
Or la mia speme è gita,
ché troppo, ahimè, soggiorno,
e par ch'eterna notte omai m'adombre;
poi temo non si sgombre
dal bianco e casto petto
quella memoria, ch'ivi
talor tu me scolpivi
quand'era apresso al sommo mio diletto.
Ché pria morir vorrei
che di me fusse oblio, Amor, in lei.
Però, signor, se brami
ch'io segua il tuo vexillo,
cui da culla seguir fui destinato,
fa' che quest'occhi grami
il limpido e tranquillo
lume conforti, che mi fa beato.
Che dico, ahi sfortunato?
Tanto sperar non oso,
ma prego sol che sia
dinanzi a lei la mia
fede scolpita e 'l stato mio penoso.
Se questo Amor mi dai
qual dolcezza pareggia li miei guai?
Questo bastar mi dè, canzon mia rozza,
se del servir mi' fido
'nanzi a' begli occhi Amor compone un nido.