CCXXXVI – Mazza

By Giacomo Leopardi

Oh qual mai s'apre d'improvvisa scena

Vasto teatro, che l'orecchio e 'l guardo

Del par m'assale e mi lusinga! È questo,

Io non m'inganno, il travaglioso aringo

Corso da l'arti emulatrici. Or fanno

Qui vaga pompa di gentil contesa;

Or l'una a l'altra qui s'abbraccia, e forza

Presta e riceve, ed il piacer ricresce,

Raddoppiando l'incanto. Al ciel là spazia

Sublime reggia; e là s'incurva, e posa

Su marmoree colonne il facil arco:

Quella è del mar l'onda, che spuma e bolle;

E questa, ingombra di squallente musco,

È d'Averno la via. Qual fammi invito

Romor concorde di discordi voci,

E a qual l'alma s'atteggia atroce imago!

Che sento; oimè! Freme la pugna: ascolto;

Anzi m'aggiro tra il rimbalzo e l'urto

De' spessi dardi e de' percossi acciari:

Odo le voci languide di morte,

Miste a le grida che vittoria innalza.

Ah! mugge il mar, l'etra sfavilla e tuona;

Ratta scende la folgore, e fa scoppio:

E, fra l'orror de la tempesta, il core

Mi compungon de' naufraghi i singulti.

Ma te, te ben ravviso; oimè, ti duoli

Del Troiano infedel, misera Dido.

Teco mi dolgo, generosa Alceste:

Va, ch'io ti seguo pel cammin de l'ombre.

Me pur tra l'ombre stesse avrai compagno,

Sventurato cantor, vedovo sposo,

Oagrio garzon. Elisia chiostra,

Soggiorno di piacer, campo di pace,

Quanto se' bella! Mormorate, o fonti;

E bisbigliate pur, garrule aurette:

E per le nari cupide l'olezzo

Suggo de' vostri graziosi fiori,

E del vostro seren conforto i lumi.

Torna, amata Euridice, al palpitante

Sen de lo sposo, che varcar poteo,

Solo per te riaver, la pallid'onda

Che ritorno non ha. Furie, tacete.

Torna Euridice. Tal dolce me prende

Di me medesmo obblio; tal mi ricerca

Tutta la facil anima, vittrice

Forza di note lidie, erranti in mille

Giri di melodia, cui spinge e frena,

E in se stesse ripiega, aggruppa e snoda

La voce penetrabile e soave.