CCXXXVI – Mazza
Oh qual mai s'apre d'improvvisa scena
Vasto teatro, che l'orecchio e 'l guardo
Del par m'assale e mi lusinga! È questo,
Io non m'inganno, il travaglioso aringo
Corso da l'arti emulatrici. Or fanno
Qui vaga pompa di gentil contesa;
Or l'una a l'altra qui s'abbraccia, e forza
Presta e riceve, ed il piacer ricresce,
Raddoppiando l'incanto. Al ciel là spazia
Sublime reggia; e là s'incurva, e posa
Su marmoree colonne il facil arco:
Quella è del mar l'onda, che spuma e bolle;
E questa, ingombra di squallente musco,
È d'Averno la via. Qual fammi invito
Romor concorde di discordi voci,
E a qual l'alma s'atteggia atroce imago!
Che sento; oimè! Freme la pugna: ascolto;
Anzi m'aggiro tra il rimbalzo e l'urto
De' spessi dardi e de' percossi acciari:
Odo le voci languide di morte,
Miste a le grida che vittoria innalza.
Ah! mugge il mar, l'etra sfavilla e tuona;
Ratta scende la folgore, e fa scoppio:
E, fra l'orror de la tempesta, il core
Mi compungon de' naufraghi i singulti.
Ma te, te ben ravviso; oimè, ti duoli
Del Troiano infedel, misera Dido.
Teco mi dolgo, generosa Alceste:
Va, ch'io ti seguo pel cammin de l'ombre.
Me pur tra l'ombre stesse avrai compagno,
Sventurato cantor, vedovo sposo,
Oagrio garzon. Elisia chiostra,
Soggiorno di piacer, campo di pace,
Quanto se' bella! Mormorate, o fonti;
E bisbigliate pur, garrule aurette:
E per le nari cupide l'olezzo
Suggo de' vostri graziosi fiori,
E del vostro seren conforto i lumi.
Torna, amata Euridice, al palpitante
Sen de lo sposo, che varcar poteo,
Solo per te riaver, la pallid'onda
Che ritorno non ha. Furie, tacete.
Torna Euridice. Tal dolce me prende
Di me medesmo obblio; tal mi ricerca
Tutta la facil anima, vittrice
Forza di note lidie, erranti in mille
Giri di melodia, cui spinge e frena,
E in se stesse ripiega, aggruppa e snoda
La voce penetrabile e soave.