CCXXXVI

By Matteo Bandello

Or che solingo sono

fra querce, olmi e abeti,

ove d'Insubria il piano il Lambro inonda,

ben potrò il roco suono

d' i miei martir segreti

scoprir col pianto che ne gli occhi abonda;

sol Eco mi risponda,

e 'l fin de' mesti accenti

sotto quest'ombre chiuda,

ché 'l cor mi trema e suda

ch'altri non oda i duri miei lamenti

e sia scoperto al mondo

l'alto mio duol profondo.

Fuggite dunque, augelli,

che per le fronde andate

i vostri dolci amor cantando ogn'ora.

Fuggite, pesci snelli,

che 'n questo gorgo state

a belle schiere di periglio fora,

ché 'l mio tormento fora

forse cagion di darvi

fra le chiare acque pena,

e la vostra serena

pace potrei, col mio gridar, turbarvi;

ché l'aspro mio martire

chi l'ode fa languire.

Dico che poi che quella

lasciai, di cui la vista,

quando s'inalza, al sol i raggi adombra,

parmi che mi si svella

dal petto il cor e trista

sia la mia vita, tanto duol l'ingombra;

né mai da me si sgombra

l'alto martir che 'l giorno

ebbi, al partir ch'io fei,

quando salir vedei

ne gli occhi il pianto, e mesto il viso adorno

farsi e così pietoso

che ripensar non l'oso.

Ché 'n mezzo a que' begli occhi

che son del mondo il sole

restai, partendo eternamente preso,

ché dove aven che tocchi,

il vago lume suole

legar ogn'alma in vivo foco acceso.

Ma poi che m'è conteso

quel dolce sguardo umìle,

né vivo son né morto,

privo d'ogni conforto,

e l'alma ha tolto di lagnarsi un stile

che, per l'acerbe pene

vie più crudel divene.

Di lagrimar mai sempre

dunque cagion avemo,

alma, più non veggendo il nostro obietto.

Però, fin che mi stempre

morte nel giorno estremo,

umidi gli occhi fian e molle il petto,

che 'l sommo mio diletto

è star in pianto e doglia

tal che 'l giorno e la notte

le lagrime interrotte

mai non mi sian, ma sempre il cor si doglia

e la penosa vita

più non ritrovi aìta.

Ahi, lasso, s'io sapea

'nanzi a begli occhi suoi

moriv'il dì che 'l Mincio abbandonai,

il dì che mi tenea

gli occhi ne gli occhi e poi

sospirando asciugava i dolci rai.

Io non moria già mai

o tal sentiva gioia

quivi morendo il core

che l'alma a uscir di fore

sentir non mi lasciava alcuna noia.

Ch'inanzi al suo bel viso

non muor chi 'l mira fiso.

Ma perché sempre stanzi

novo duol meco, ond'io

non speri aver mai più tranquillo stato,

non pote a lei dinanzi

partir il spirto mio

ch'allor partendo si partia beato.

Or lasso travagliato

sono dal Mincio lunge

né di vederla spero.

Così mi molce Amor, così mi punge

e stommi lagrimando

temendo ardendo amando.

Mesta canzon che 'n ripa al Lambro fusti

tra lagrime raccolta,

qui resterai sepolta.