CCXXXVI
Or che solingo sono
fra querce, olmi e abeti,
ove d'Insubria il piano il Lambro inonda,
ben potrò il roco suono
d' i miei martir segreti
scoprir col pianto che ne gli occhi abonda;
sol Eco mi risponda,
e 'l fin de' mesti accenti
sotto quest'ombre chiuda,
ché 'l cor mi trema e suda
ch'altri non oda i duri miei lamenti
e sia scoperto al mondo
l'alto mio duol profondo.
Fuggite dunque, augelli,
che per le fronde andate
i vostri dolci amor cantando ogn'ora.
Fuggite, pesci snelli,
che 'n questo gorgo state
a belle schiere di periglio fora,
ché 'l mio tormento fora
forse cagion di darvi
fra le chiare acque pena,
e la vostra serena
pace potrei, col mio gridar, turbarvi;
ché l'aspro mio martire
chi l'ode fa languire.
Dico che poi che quella
lasciai, di cui la vista,
quando s'inalza, al sol i raggi adombra,
parmi che mi si svella
dal petto il cor e trista
sia la mia vita, tanto duol l'ingombra;
né mai da me si sgombra
l'alto martir che 'l giorno
ebbi, al partir ch'io fei,
quando salir vedei
ne gli occhi il pianto, e mesto il viso adorno
farsi e così pietoso
che ripensar non l'oso.
Ché 'n mezzo a que' begli occhi
che son del mondo il sole
restai, partendo eternamente preso,
ché dove aven che tocchi,
il vago lume suole
legar ogn'alma in vivo foco acceso.
Ma poi che m'è conteso
quel dolce sguardo umìle,
né vivo son né morto,
privo d'ogni conforto,
e l'alma ha tolto di lagnarsi un stile
che, per l'acerbe pene
vie più crudel divene.
Di lagrimar mai sempre
dunque cagion avemo,
alma, più non veggendo il nostro obietto.
Però, fin che mi stempre
morte nel giorno estremo,
umidi gli occhi fian e molle il petto,
che 'l sommo mio diletto
è star in pianto e doglia
tal che 'l giorno e la notte
le lagrime interrotte
mai non mi sian, ma sempre il cor si doglia
e la penosa vita
più non ritrovi aìta.
Ahi, lasso, s'io sapea
'nanzi a begli occhi suoi
moriv'il dì che 'l Mincio abbandonai,
il dì che mi tenea
gli occhi ne gli occhi e poi
sospirando asciugava i dolci rai.
Io non moria già mai
o tal sentiva gioia
quivi morendo il core
che l'alma a uscir di fore
sentir non mi lasciava alcuna noia.
Ch'inanzi al suo bel viso
non muor chi 'l mira fiso.
Ma perché sempre stanzi
novo duol meco, ond'io
non speri aver mai più tranquillo stato,
non pote a lei dinanzi
partir il spirto mio
ch'allor partendo si partia beato.
Or lasso travagliato
sono dal Mincio lunge
né di vederla spero.
Così mi molce Amor, così mi punge
e stommi lagrimando
temendo ardendo amando.
Mesta canzon che 'n ripa al Lambro fusti
tra lagrime raccolta,
qui resterai sepolta.