CCXXXVII
Lasciare il freno omai al largo pianto
chi mi divieta e disfogar il duolo
poi che ramingo e solo
morte mi lascia e colmo d'ogni doglia?
Fermate augelli il vostro altero volo,
né più si senta in voi l'usato canto;
ma meco il viso santo
morto piangete che di ben mi spoglia.
Arbor non sia che mova al vento foglia,
le fiere snelle fra gl' erbosi chiostri
restino quete al mio dolore atroce;
ecco la mesta voce
mai sempre segno al lacrimar mi mostri.
Fermesi il Mincio a gl'occhi tanto umore
dando, che basti a distillarm'il core.
Almo, felice e fortunato spirto
che lasciando le membra in terra sparte
or sei salito in parte
ch'apresso il tuo Fattor, beato godi,
per quella fé che mai da me non parte,
ma sempre è verde come alloro e mirto,
per l'annellato ed irto
tuo crin, ch'al cor mi fe' cotanti nodi
non mi lasciar solingo star in terra,
ma fa' che questa travagliata vita,
ch'ad ogni modo è gita,
co' 'l pianto ponga fine a tanta guerra,
che di te privo il viver mio non vive
onde pietà sarà ch'a morte arrive.
Ché la mia vita avea da' tuoi begl'occhi
favor che vivo allor mi mantenea,
né sorte acerba o rea
era possente a darmi alcuna noia;
ogni piacer il cor in te godea,
né creggia che già mai tal grazia fiocchi
(dicalo amante), o tocchi
ad altri una scintilla di mia gioia;
quanto di bene al mondo un uom disnoia
tutto era accolto ne 'l tuo vago viso
ove bellezza ed onestade a paro,
com'al presente imparo,
facevan dolcemente un paradiso,
la cui memoria ancor ha tanta forza
che di niente la doglia scema o smorza.
Ma poi che morte tanto ben ha tolto,
anzi riposto per più gloria in cielo,
ardendo in mezzo al gielo
stòmi, e nel giaccio son ne 'l vivo foco.
L'invisibil sua forza senza velo,
o dorma o sia dal sonno in tutto sciolto,
con più sereno volto
colma si mostra di diletto e gioco
e 'l largo pianto asciuga a poco a poco,
e cose assai mi dice che redire
i' non saprei, ché tremo a ripensarle;
né voglio ch'altri parle
ché mortal lingua tanto non può dire.
Ond'io tornando al duro pianto sempre
piango, né so cangiar costumi e tempre.
Ché teco allor da terra ogni conforto
partì, per cui mendico qui rimasi
anzi pur morto o quasi,
ché senza te la vita non mi piace.
Ben diede segno de' miei duri casi
il ciel, quel dì che Febo freddo e smorto,
il gran publico scorto,
pianse celando a noi la chiara face!
Il Mincio, che d'intorno armato giace,
con torbid'onde allor mostrossi e corse
subito in dietro al gran Benaco in grembo.
D'oscura pioggia un nembo
con focosi baleni Giove porse,
l'erbe aduggiate diventorno e i fiori
tutti perser quel dì suoi grandi odori.
Che debb'io, ahi lasso, far, alma cortese,
se nulla è qui che mi diletti o piaccia
e 'l cor di duol s'aggiaccia
bramoso di morir per seguitarti?
Quando mai rivedrò quell'alma faccia,
che per mio ben mi fe' tante contese
e le mie voglie accese
temprò più volte con suoi modi ed arti?
O mie fatiche, o passi indarno sparti,
o travagliate notti, o mie speranze,
o martir duri per me sempre vivi,
quando sarà ch'arrivi
a fine il duol che par ch'ogn'or avanze?
Ché pur è gionto a fin di quanto bene
mai mi promise Amor in tante pene.
E voi, leggiadre Ninfe, cui l'ondoso
nido de 'l Mincio in dote diè Natura,
la bella sepoltura
di vari odor spargete d'ogn'intorno.
Io per me, lasso, con perpetua cura
negando alla mia spoglia ogni riposo,
il loco aventuroso
piangendo bagnarò la notte e 'l giorno,
e dello fiume l'un e l'altro corno
a gl'occhi prestarà sì larga vena
ch'al fine, lacrimando, la trist'alma
in polve questa salma
vedrà disfarsi per soverchia pena
e poi volando andar alla sua donna,
che così morta ancor in me s'indonna.
Tra questi marmi adunque e freddi sassi,
chiuse le belle membra son di quella
cui par né sol né stella
vider in terra né vedran più mai?
In questa tomba, in questa fosca cella,
in così poco spazio lieta stassi,
ahi lasso, e terra fassi,
colei che mi mantiene in duri lai.
Dunque ha compiuti, ahi dura e cruda sorte,
la bella donna mia suoi giorni gai?
Perché son vivo ancor, perché non moro
e vado tra coloro
che gionti in vita son congionti in morte?
Perché non resi 'l spirto allora seco,
s'ella più non dovea trovarsi meco?
Ahi dispietate Parche, che sì presto
da l'onorato capo il biondo crine
troncaste e le divine
luci chiudeste troppo acerbamente;
tra quante mai faceste qui rapine,
s'al parangon si metteran di questo
caso così funesto,
nulla stimate fian da tutta gente
che vide il mondo, ahi lasso, in un repente,
al dipartir di quest'alma gentile,
Amor, ignudo e privo d'ogni grazia,
e poi pietosa e sazia
farsi la morte allor cangiando stile:
ché ben le parve quando questa scelse,
sembianze non veder mai tanto eccelse.
Tu vedi ben, canzon, ch'io non dimostro
di for com'è di dentro il mio tormento,
ché chi può dir di duol poco si dole.
Però le mie parole
al ciel le porti sospirando il vento,
fin che dinanzi a quel che il tutto vede
possi scoprir co 'l duol la ferma fede.