CCXXXVIII – Cerretti
Altri studi, altre cure, altro diletto
Grave Filosofia qui al core infonde:
Non quella che, sprezzando umano affetto,
Superba il capo oltre le nubi asconde.
Spazi ella pur sul ciel; scorga i portenti
Noti d'Etruria e d'Albione al saggio;
E il corso a gli astri, e a le comete ardenti
Prescriva i moti del fatal viaggio.
Emulo de gli Dei, l'arduo intelletto
Contempli pur dietro i suoi voli ardito
A l'infallibil calcolo soggetto
L'ampio giro de' mondi e l'infinito.
Ma poi che pro? squarci il suo vel Natura,
Vincasi del destin l'ordine immoto;
Ricco d'inutil lume, in nebbia oscura
Sarò poi sempre, a me medesmo ignoto.
Te dunque seguo, o Dea, te che comprendi
Tutte de l'uom le passioni ascose,
E a la patria e a se stesso utile il rendi
Ne' vari offici ove la sorte il pose.
Per te, dovuti al Cielo, incensi e voti
Salgon su l'are; e a l'uom l'altr'uomo è caro:
Per te al candido cor son nomi ignoti
Ambiziose voglie o genio avaro:
Quindi è che insulti a l'uccisor di Clito,
Che angusto il mondo finse a le sue brame;
E a lui che il mar coperse e ingombrò il lito
Già per la morte di Leandro infame.
Intrepida per te mostrasi un'alma
Al furiar de la contraria sorte:
Tal fra i ceppi serbar la prima calma
Socrate e Focione, in faccia a morte.
Tu intanto odimi, o Dea. Se tuo seguace
Il cammin di virtù correr degg'io;
Schifo d'adulator suono mendace,
Se aver dee nobil neta il canto mio;
Sien lunghi i giorni miei: me d'Egle in seno
D'un bramato imeneo scorgan le faci;
Finché in tremola età venendo meno,
Porganmi i labbri suoi gli ultimi baci.
Ma se, a me stesso e a le tue leggi infido,
Dando al sentier de la virtù le spalle,
Levar di me dovessi infame grido
Del vizio seduttor battendo il calle;
O se un dì, mia mercè, su le mie soglie
Sparger dovesser mai singulti amari
L'orfano derelitto e l'orba moglie,
Dal sen divelti di paterni lari;
Prima sul fato mio pianto immaturo
Versi la madre; e tra profumi eoi
Disponga i membri sovra il rogo oscuro
Del figlio, che dovea comporvi i suoi.