CCXXXVIII
– Rapido Po, che con le turbid'onde
superbo vai tra l'arenose rive,
dove le stanche già Sorelle dive
piangendo diventaro alberi e fronde;
altiero fiume, che da le profonde
grotte de l'alpi, che d'intorno bagna
il ligustico mar tumido sorgi,
e mormorando tra' lombardi campi
Trebia e Tecino con l'antico nome
di bellicosi vampi
teco al vïaggio tuo guidando scorgi,
dove fra gl'altri, come
è fra le stelle il sole,
con le madide chiome
l'onorato mio Mincio t'accompagna
sin là 've al mar il tuo tributo porgi;
o Re de' fiumi, in queste piagge sole
odi le mie parole –.
Tra quelle ombrose quercie Melibeo
pensoso stava 'l suo gregge pascendo,
come soleano già i pastor sedendo
tra' bei colli di Menalo e Liceo;
e dicea con dolor acerbo e reo:
– o Eridano mio, i nostri armenti
non han più, né gli tuoi, sicur un loco;
che giù da gl'alti monti è già venuto
chi accende fiamme in le tue mandre e fura,
e per gridar aiuto
è de' nostri pastor ognun già roco;
deh se già sepoltura
fosti al figliuol del Sole,
alor ch'ebbe paura
il mondo d'andar tutto in fiamme ardenti,
smorza con l'acque tue quest'altro foco;
o Re de' fiumi, in queste piagge sole
odi le mie parole.
Ecco tra' nostri pascoli discesi
fier'apri, aspri orsi, e per deserte rupi
la notte scender ululando lupi,
che versan gli occhi di spavento accesi,
anzi (chi fia che 'l creda?) i' gli ho già intesi
con voce umana orribile chiamarsi;
e menzogna non è, che 'n lor sian l'alme
de i ladron che son morti in queste selve;
et odonsi al silenzio de la luna
muggiar più strane belve,
che né al fuggir, né al star l'animo valme.
Quando fia mai, Fortuna,
che veggia, alor che 'l Sole
calando l'aere imbruna,
le pecorelle mie la sete trarsi
su queste rive, e con l'usate salme
tornarsi a casa; e 'n queste piagge sole
s' odan le mie parole?
Quando fia mai che 'l bel volto di Tauro,
o Re de' fiumi, le tue amate Ninfe
ti inspargano di latte e chiare linfe
coronando di fior le corna d'auro,
e i tuoi pastor di Mirto, e verde Lauro
adornino le mandre, e a gli alti abeti
vaghi suspendan le zampogne e gl'archi;
e di teneri agnelli sacrifizio
ti facciano con preghi e voce umile,
ch'a l'estivo solstizio
nel tuo gonfio ondeggiar gli argini varchi,
perché a l' usato ovile,
mentre ha men forza il Sole,
fin che ritorni Aprile
possano starsi, e poi tornarsi lieti
a le campagne aperte, e ameni parchi?
O Re de' fiumi, in queste piagge sole
odi le mie parole –.
Così dicea, e tra' verdi arboscelli
giacea fra l'erbe la mia Mincia a l'ombra,
qual chi di dolce sonno l'aura ingombra
col mormorar de' limpidi ruscelli;
sparsi le avea Zefiro i capelli
per quel candido collo e per la fronte,
e tremar si vedean soavemente
le marmoree mamelle entro al bel velo,
d'arder d'amor cor freddi, aspri e selvaggi;
quando, svegliata, al cielo
volse i begl' occhi con splendor sì ardente,
che dier lume i bei raggi
u' non passava il sole,
là ne' più folti faggi,
e sospirando verso l'orizzonte
mandò pur fuor quella voce dolente:
– ahi, dove sei ascoso, o almo Sole,
da queste piagge sole?
Ahi, dove sei ascoso, o almo Sole,
che 'l perso gregge a' tuoi smarriti rai
sen va gridando in tenebrosi guai?
Ahi, dove sei ascoso, o almo Sole?
E con le chiome sparse oggi si duole
la tua Tarpeia e, avolta in nera gonna,
con quegli occhi di fuoco i sette colli
empie d'orror, e grida ad alta voce:
– perché m'avete abandonata o Dei?
Perché da l'alto atroce
mio mal, da l'alte mie ruine e crolli
fuggite? Ahi dove sei
tu che sembravi un Sole?
Che veder mi solei
reina de le genti, e al mondo donna.
Di quanto vedi ove piu in ciel t'estolli?
Ahi, dove sei ascoso, o almo Sole,
da queste piagge sole?
Chi regge, Apollo mio, guarda chi regge
le pecorelle tue: un pastor losco,
che perse già nel bel paese tosco
il suo negletto, e mal guidato gregge!
Guarda, che persa è la tua antiqua legge,
antico Palestin, vedrai te avanti
tronche le piante, ove posar solea
la bella vigna nostra o 'n pace, o 'n guerra,
vedrai la sposa tua, che 'n su l'aurora
giace deserta in terra,
venduto il manto, che d'intorno avea,
e scalza ad ora ad ora
si more. Ahi, perso Sole,
tu perderai ancora
e la nave, e le reti, e ' pesci quanti
hai preso mai nel mar di Galilea:
ahi, dove sei ascoso, o almo Sole,
da queste piagge sole?
Con l'arme sole del pastor d'Esperia,
se non ti fea 'l tuo sangue il veder scemo,
potuto avresti, ingrato Polifemo,
cavarla fuor di questa vil miseria;
o d'ogni nostro mal forma e materia,
quanto da quei che ti lassar le chiavi,
da sì alta Quercia tralignar ti mostri!
Tu 'l vedi, alma Gonzaga, in monte Feltro,
dimanda or dov' è il pan, di che nodristi
questo arrabiato veltro,
questa fiera nemea, questi duo mostri;
Sol, perché non fuggisti
indietro, irato Sole,
da' scelerati e tristi
auspicii? Ahi mondo, che sanar pensavi
con medico sì vil i dolor nostri:
orbo mondo, se falli, il cielo il vole,
che gli è oscurato il Sole.
Oscura è Cinzia; alza Ateon in alto
le corna, e va trescando la stuprata
figliuola di Sïon, l'ove l'armata
con così chiaro et onorato salto
Plebe salì sovra l'altr'arme in alto;
apri la maestà del sacro volto,
Tevere, fuor de' muscosi antri et odi
gridando andar tra le sue rive il Reno:
– diva Ippolita mia, ché non sei meco?
Tu dal mio bel sereno
sei lunge; e tu, Sardanapalo, il godi;
piangon le rive seco,
e tu te 'l vedi, o Sole,
e tu 'l sostien, o cieco
voto d'ogni valor mondo; s'involto
t'ha questa Babilonia in sì bei nodi!
Orbo mondo, se falli, il cielo il vole,
ch'egli è oscurato il Sole –.