CHAVEZ

By Giovanni Pascoli

Cercano ancora... Cercano tra i venti

randagi, in mezzo alle selvaggie strette,

su scrosciar di valanghe e di torrenti;

cercano ancora, l'ultime vedette,

rapide trasvolando per le gole,

placide roteando sulle vette,

lungo il confine, immenso azzurro, sole

tra l'aria e il vuoto, tra la terra e il sole.

Hanno sognato forse nella notte!

Battono l'ala contro la parete

dei borri, presso l'orlo delle grotte.

Ad ogni tonfo che l'eco ripete,

sbalzano su, guardando fise in fondo

dei cupi abissi, guardando inquiete

subito in cielo; con orror profondo

solcano a sghembo, spaurite, il Gondo:

hanno esplorato i monti, hanno gridato

alle montagne; con insonne cuore

mirano il cielo immobile e stellato:

palpitano alle raffiche sonore,

tremano d'una nuvola, d'un tuono

ch'a un tratto scoppia e lungamente muore;

posate ognuna sur un irto cono

mirano gli astri, se ne venga un suono...

se ancora appaia, cresca agli occhi, e passi

forte rombando, un essere terreno...

colui che ascende ma strisciando ai sassi,

colui che sogna e non è mai sereno,

colui che pensa, ma non vola, bruto

dannato al suolo dove rode il freno;

che in cielo, un dì, mirabilmente muto

passar fu visto, come Dio, seduto!

un uomo! l'uomo alato! che discese

e che sparì. Dietro le roccie nere,

ei discendea con le grandi ali tese

simile al sole delle fiammee sere,

simile al sole che si trascolora,

quanto al salire, tanto nel cadere.

Ebbe l'occaso; quando avrà l'aurora?...

Cercano, le vedette ultime, ancora.

Aquile, no! Non lo vedrete. Ancora

egli discende e nell'orecchio il gelo

ha di quel soffio e il rombo di quell'ora.

Aquile, no! Non più raffrena anelo

il suo remeggio, più non chiude l'ale

poi ch'una volta le distese in cielo.

Discende ancora con un volo eguale,

discende sempre, calmo ed immortale.

Che forre e gole e vortici e spavento

di precipizi e giganteggiar d'erte

roccie e improvvisi sibili di vento!

O voi delle altitudini deserte,

aquile dei ghiacciai, delle morene,

ei va con l'ale eternamente aperte,

va per le solitudini serene,

fuor della terra, o aquile terrene!

fuor della terra che notturne a prova

serrate, come preda da voi morsa,

tra i fieri artigli, a che più non si muova;

eppur si muove, e corre, e nella corsa

v'aggira e porta e al sole riconduce;

mentre lontana splende la Grande Orsa,

splende Orione, Aldebaran, Polluce...

Ma ei discende nella pura luce.

Discende? Ascende! Aquile, gli occhi aprite

avvezzi al sole che gli spazi invade,

alle stelle remote ed infinite!

Là, sulle incerte nebulose rade,

là, sull'immensità che gli s'invola

di sotto, là, su l'alto cielo ei cade.

Cade, con la sua grande anima sola

sempre salendo. Ed ora sì, che vola!