Che non deve bella donna dimorare fra le solitudini
Già la campagna irsuta
Borea di verde onor spoglia e disgombra;
E la cima del monte appar canuta,
E 'l bosco altro non è ch'orrore et ombra.
Di nubi il ciel s'ingombra,
Orrido v'apparisce il tuono e 'l lampo,
E l'Inferno a veder somiglia il campo.
E tu pur ne la selva,
Filli, godi abitar folta et impura?
Abiti dentro i boschi orrida belva,
Non donna di beltà celeste e pura;
Torna a le patrie mura,
Qui dove la città ricca si mostra,
Fa' de la tua beltà pomposa mostra.
Vuoi da fere selvagge
Imparar crudeltà, sdegno et asprezza,
Mentre tanto abitar godi tra piagge?
Stanza il bosco non è d'alma bellezza,
Ma di cruda fierezza:
Può di Satiro ingordo o d'uomo vile
Spesso preda restar beltà gentile.
Han tra selve lontane
Tortuosi colubri infame culla,
E mostri spaventosi orride tane:
Non può sicura starvi alma fanciulla.
Di pietà non v'è nulla.
Per quei rigidi luoghi, incolti e bassi,
Tu fra rischi di morte abiti e passi.
Credi tu che 'l serpente
Per te vesta ne' boschi alma pietosa,
E perdoni a te sol l'empio suo dente?
Folle sei, se ciò pensi; empia e ritrosa
È la serpe squamosa;
Dove mira beltà, più fiera al bosco
Ricontorce la schena e sparge il tosco.
Ebbe la Tracia antica
Donna simile a te d'alto sembiante,
Che d'illustre cantor fu dolce amica.
Costei per selve e per campagne errante,
Montanina vagante,
Schiva di far ne la città soggiorno,
Per le balze rifee passava il giorno.
Videla un dì sì vaga
Per quei monti vagar dolce Aristeo,
E ne sentio nel cor focosa piaga.
Cercò rubarla al citarista Orfeo:
Che non disse e non feo?
Sospirò, lagrimò, sparse lamenti,
E le lagrime sue disperse ai venti.
Indiscreto amatore,
Dove non valse il sospirar con quella,
Tentò l'empio adoprar forza e vigore.
Stese la man per abbracciarla, et ella,
Sì fedel come bella,
Ne la rapida fuga il passo diede,
Et egli mosse a seguitarla il piede.
Fugge timida in fretta
La fanciulla gentil l'amante ingordo,
Come vola talor lieve saetta,
O come scorre in aria avido tordo.
Ecco un aspido sordo
D'una lacera pietra a caso giunge,
E de l'alma Euridice il piè trapunge.
Serpe il veleno e passa,
Quasi tacita peste, entro le vene.
Per le viscere poi nel cor trapassa;
Tosto freddo ogni senso in lei diviene;
Cade la bella e viene
Nel suo fiero dolor pallida e stanca,
Tramortisce la fronte e 'l volto imbianca.
Ode la flebil voce
De la bella consorte il dotto trace;
E con rapido piè corre veloce,
Ove il caro suo ben languendo giace.
Come tremola face,
Come pallido giglio oppresso langue,
Così languia la giovenetta esangue.
Alza gli occhi tremanti,
E 'l suo sposo fedel mira Euridice,
Che spargea sul bel volto acque di pianti.
“Ah! troppo è la mia sorte oggi infelice:
Io manco, io moro”, dice,
“Per mostrarmi al tuo amor costante e forte”,
La bella replicò, “provo la morte”.
Gli narra il tutto e poi
China sul bianco sen la bionda testa:
Cerca e non trova il sol con gli occhi suoi;
In uscir la parola in bocca arresta.
A pena può con questa
Voce lui consolar: “Resta, cor mio”.
E finir non poteo, né dirli: “A Dio”.