CI – De Filicaia

By Giacomo Leopardi

Non perché re sei tu, sì grande sei;

Ma per te cresce ein maggior pregio sale

La maestà regale.

Apre sorte al regnar più d'una strada:

Altri al merto de gli avi, altri al natale,

Altri 'l debbe a la spada:

Tu a te medesmo e a tua virtute il déi.

Chi è che con tai passi al soglio vada?

Nel dì che fosti eletto,

Voto fortuna al tuo favor non diede,

Non palliata fede,

Non timor cieco; ma verace affetto,

Ma vero merto e schietto.

Fatto avean tue prodezze occulto patto

Col regno; e fosti re pria d'esser fatto.

Ma che? stiasi lo scettro ora in disparte:

Non io col fasto del tuo regio trono,

Teco bensì ragiono;

Né ammiro in te quel ch'anco ad altri è dato.

Dir ben può quante in mar le arene sono

Chi può, di rime armato,

Dir quante in guerra e quante in pace hai sparte

Opre ammirande, in cui non ha l'alato

Vecchio ragion veruna.

Qual è a le vie del Sol sì ascosa piaggia,

Che contezza non aggia

Di tue vittorie, o dove il giorno ha cuna,

O dove l'aere imbruna,

O dove Sirio latra, o dove scuote

Il pigro dorso a' suoi destrier Boote?

Sallo il Sarmato infido, e sallo il crudo

Usurpator di Grecia; il dicon l'armi

Appese a i sacri marmi,

E tante a lui rapite insegne e spoglie,

Alto soggetto di non bassi carmi.

Non mai costà le soglie

S'aprir di Giano, che tu spada e scudo

De l'Europa non fossi. Or chi mi toglie

Tue palme antiche e nuove

Dar tutte in guardia a le castalie dive?

Fiacca è la man che scrive,

Forte è lo spirto, che a più alte prove

Ognor la instiga e muove;

E quei che a' venti le grand'ale impenna,

Quei che la spada a te regge, e a me la penna.

Svenni e gelai poc'anzi, allor ch'io vidi

Oste sì orrenda tutti i fonti e tutti

Quasi de l'Istro i flutti

Seccar col labbro, e non bastare a quella

Del frigio suolo e de l'egizio i frutti.

Oimè! vid'io la bella

Regal donna de l'Austria in van di fidi

Ripari armarsi; e poco men che ancella,

Porger nel caso estremo

A indegno ferro il piede. Il sacro busto

Del grand eimpero augusto

Parea tronco giacer, del capo scemo;

E 'l cenere supremo

Volar d'intorno; e gran cittadi e ville

Tutte fumar di barbare faville.

Da l'ime sedi vacillar già tutta

Pareami Vienna; e in panni oscuri ed adri

Le spaventate madri

Correre al tempio; e detestar de gli anni

L'ingiurioso dono i vecchi padri,

L'onte mirando e i danni

De la misera patria arsa e distrutta,

Nel comun lutto e ne i comuni affanni.

Ma se miserie estreme

E incendi e sangue e gemiti e ruine

Esser doveano al fine,

Invitto Re, di tue vittorie il seme;

Di tante accolte insieme

Furie, ond'ebbe a crollar de l'Austria il soglio

(Soffra ch'io 'l dica il Ciel), più non mi doglio.

De la tua spada al riverito lampo

Abbagliata, già cade e già s'appanna

L'empia luna ottomanna.

Ecco rompi trinciere; ecco t'avventi;

E, qual fiero leon che atterra e scanna

Hl'impauriti armenti,

Tu fai macello su l'orribil campo,

Che 'l suol ne trema. L'abbattute genti

Ecco spergi e calpesti;

Ecco spoglie e bandiere a un tempo togli,

E 'l duro assedio sciogli:

Ond'è ch'io grido, e griderò: giugnesti,

Guerreggiasti e vincesti.

Sì sì, vincesti, o campion forte e pio:

Per Dio vincesti, e per te vinse Iddio.

Se là dunque ove d'innialto concento

A lui si porge, spaventosa e atroce

Non tuona araba voce;

Se colà non atterra impeto folle

Altari e torri; e se empietà feroce

Da i sepolcri non tolle

Il cener sacro, e non lo sparge al vento;

Sbigottito arator da eccelso colle

Se diroccate ed arse

Moli e roche giacer tra strpi e dumi,

Se correr sangue i fiumi,

Se d'abbattuti eserciti e di sparse

Ossa gran monti alzarse

Non vede intorno; e se de l'Istro in riva

Vienna in Vienna non cerca, a te s'ascriva.

S'ascriva a te se 'l pargoletto in seno

A la sventata genitrice esangue,

Latte non bee col sangue:

S'ascriva a te se inviolate e caste

Vergini e spose né da morso d'angue

Violator son guaste;

Né in se puniscon l'altrui fallo osceno.

Per te sue faci Aletto e sue ceraste

Lungi dal Ren trasporta:

Per te, di santo amor pegni veraci,

Si danno amplessi e baci

Giustizia e Pace: e la già spenta e morta

Speme è per te risorta:

E tua mercè, l'insanguinato solco

Senza tema o periglio ara il bifolco.

Tempo verrà (se tanto lunge io scorgo)

Che fin colà ne' secoli remoti

Mostrar gli avi a i nepoti

Vorranno il campo a la tenzon prescritto.

Mostreran lor donde, per calli ignoti,

Scendesti al gran conflitto;

Ove pugnasti; ove in sanguigno gorgo

L'Asia immergesti. Qui, diran, l'invitto

Re polono accampossi;

Là ruppe il vallo, e qua le schiere aperse,

Vinse, abbatté, disperse;

Qua monti e valli, e là torrenti e fossi

Feo d'uman sangue rossi;

Qui ripose la spada, e qui s'astenne

Da l'ampie stragi, e 'l gran destrier ritenne.

Che diran poi, quando sapran che i fianchi

D'acciar vestiti non per tema e sdegno,

Non per accrescer regno,

Non perché eterno inchiostro a te lavori

Fama eterna, e per te sudi ogn'ingegno;

Ma perché Iddio s'onori,

E al suo gran nome adorator non manchi?

Quando sapran che, d'ogni esempio fuori,

Con profondo consiglio,

Per salvar l'altrui regno, il tuo lasciasti?

Che 'l capo tuo donasti

Per la fe, per l'onore, al gran periglio?

E il figlio istesso, il figlio,

De la gloria e del rischio a te consorte

Teco menasti ad affrontar la morte?

Secoli che verrete, io mi protesto

Che al ver fo ingiuria, e men del vero è quello

Ch'io ne scrivo e favello.

Chi crederà l'eroico dispregio

Di prudenza e di te, che assai più bello

Fa di tue palme il pregio?

Chi crederà che, a te medesmo infesto,

E a te negando il maestevol regio

Titol, di mano in mano

Sia tu in battaglia a i maggior rischi accinto,

Non da gli altri distinto,

Che nel vigor del senno e de la mano?

Nel comandar, sovrano;

Ne l'eseguir, compagno; e del possente

Forte esercito tuo gran braccio e mente?

Su su, fatal guerriero; a te s'aspetta

Trar di ceppi l'Europa, e 'l sacro ovile

Stender da Battro a Tile.

Qual mai di starti a fronte avrà balìa

Vasta bensì, ma vecchia, inferma e vile,

Cadente monarchia,

Dal proprio peso a ruinar costretta?

Se 'l ver mi dice un'altra fantasia,

Te l'usurpata sede

Greca, ete 'l greco inconsolabil suolo

Chiama; te chiama solo,

Te sospira il Giordano; a te sol chiede

La Galilea mercede;

A te Betlemme, a te Sion si prostra,

E piange e prega, e 'l servo piè ti mostra.