CI – De Filicaia
Non perché re sei tu, sì grande sei;
Ma per te cresce ein maggior pregio sale
La maestà regale.
Apre sorte al regnar più d'una strada:
Altri al merto de gli avi, altri al natale,
Altri 'l debbe a la spada:
Tu a te medesmo e a tua virtute il déi.
Chi è che con tai passi al soglio vada?
Nel dì che fosti eletto,
Voto fortuna al tuo favor non diede,
Non palliata fede,
Non timor cieco; ma verace affetto,
Ma vero merto e schietto.
Fatto avean tue prodezze occulto patto
Col regno; e fosti re pria d'esser fatto.
Ma che? stiasi lo scettro ora in disparte:
Non io col fasto del tuo regio trono,
Teco bensì ragiono;
Né ammiro in te quel ch'anco ad altri è dato.
Dir ben può quante in mar le arene sono
Chi può, di rime armato,
Dir quante in guerra e quante in pace hai sparte
Opre ammirande, in cui non ha l'alato
Vecchio ragion veruna.
Qual è a le vie del Sol sì ascosa piaggia,
Che contezza non aggia
Di tue vittorie, o dove il giorno ha cuna,
O dove l'aere imbruna,
O dove Sirio latra, o dove scuote
Il pigro dorso a' suoi destrier Boote?
Sallo il Sarmato infido, e sallo il crudo
Usurpator di Grecia; il dicon l'armi
Appese a i sacri marmi,
E tante a lui rapite insegne e spoglie,
Alto soggetto di non bassi carmi.
Non mai costà le soglie
S'aprir di Giano, che tu spada e scudo
De l'Europa non fossi. Or chi mi toglie
Tue palme antiche e nuove
Dar tutte in guardia a le castalie dive?
Fiacca è la man che scrive,
Forte è lo spirto, che a più alte prove
Ognor la instiga e muove;
E quei che a' venti le grand'ale impenna,
Quei che la spada a te regge, e a me la penna.
Svenni e gelai poc'anzi, allor ch'io vidi
Oste sì orrenda tutti i fonti e tutti
Quasi de l'Istro i flutti
Seccar col labbro, e non bastare a quella
Del frigio suolo e de l'egizio i frutti.
Oimè! vid'io la bella
Regal donna de l'Austria in van di fidi
Ripari armarsi; e poco men che ancella,
Porger nel caso estremo
A indegno ferro il piede. Il sacro busto
Del grand eimpero augusto
Parea tronco giacer, del capo scemo;
E 'l cenere supremo
Volar d'intorno; e gran cittadi e ville
Tutte fumar di barbare faville.
Da l'ime sedi vacillar già tutta
Pareami Vienna; e in panni oscuri ed adri
Le spaventate madri
Correre al tempio; e detestar de gli anni
L'ingiurioso dono i vecchi padri,
L'onte mirando e i danni
De la misera patria arsa e distrutta,
Nel comun lutto e ne i comuni affanni.
Ma se miserie estreme
E incendi e sangue e gemiti e ruine
Esser doveano al fine,
Invitto Re, di tue vittorie il seme;
Di tante accolte insieme
Furie, ond'ebbe a crollar de l'Austria il soglio
(Soffra ch'io 'l dica il Ciel), più non mi doglio.
De la tua spada al riverito lampo
Abbagliata, già cade e già s'appanna
L'empia luna ottomanna.
Ecco rompi trinciere; ecco t'avventi;
E, qual fiero leon che atterra e scanna
Hl'impauriti armenti,
Tu fai macello su l'orribil campo,
Che 'l suol ne trema. L'abbattute genti
Ecco spergi e calpesti;
Ecco spoglie e bandiere a un tempo togli,
E 'l duro assedio sciogli:
Ond'è ch'io grido, e griderò: giugnesti,
Guerreggiasti e vincesti.
Sì sì, vincesti, o campion forte e pio:
Per Dio vincesti, e per te vinse Iddio.
Se là dunque ove d'innialto concento
A lui si porge, spaventosa e atroce
Non tuona araba voce;
Se colà non atterra impeto folle
Altari e torri; e se empietà feroce
Da i sepolcri non tolle
Il cener sacro, e non lo sparge al vento;
Sbigottito arator da eccelso colle
Se diroccate ed arse
Moli e roche giacer tra strpi e dumi,
Se correr sangue i fiumi,
Se d'abbattuti eserciti e di sparse
Ossa gran monti alzarse
Non vede intorno; e se de l'Istro in riva
Vienna in Vienna non cerca, a te s'ascriva.
S'ascriva a te se 'l pargoletto in seno
A la sventata genitrice esangue,
Latte non bee col sangue:
S'ascriva a te se inviolate e caste
Vergini e spose né da morso d'angue
Violator son guaste;
Né in se puniscon l'altrui fallo osceno.
Per te sue faci Aletto e sue ceraste
Lungi dal Ren trasporta:
Per te, di santo amor pegni veraci,
Si danno amplessi e baci
Giustizia e Pace: e la già spenta e morta
Speme è per te risorta:
E tua mercè, l'insanguinato solco
Senza tema o periglio ara il bifolco.
Tempo verrà (se tanto lunge io scorgo)
Che fin colà ne' secoli remoti
Mostrar gli avi a i nepoti
Vorranno il campo a la tenzon prescritto.
Mostreran lor donde, per calli ignoti,
Scendesti al gran conflitto;
Ove pugnasti; ove in sanguigno gorgo
L'Asia immergesti. Qui, diran, l'invitto
Re polono accampossi;
Là ruppe il vallo, e qua le schiere aperse,
Vinse, abbatté, disperse;
Qua monti e valli, e là torrenti e fossi
Feo d'uman sangue rossi;
Qui ripose la spada, e qui s'astenne
Da l'ampie stragi, e 'l gran destrier ritenne.
Che diran poi, quando sapran che i fianchi
D'acciar vestiti non per tema e sdegno,
Non per accrescer regno,
Non perché eterno inchiostro a te lavori
Fama eterna, e per te sudi ogn'ingegno;
Ma perché Iddio s'onori,
E al suo gran nome adorator non manchi?
Quando sapran che, d'ogni esempio fuori,
Con profondo consiglio,
Per salvar l'altrui regno, il tuo lasciasti?
Che 'l capo tuo donasti
Per la fe, per l'onore, al gran periglio?
E il figlio istesso, il figlio,
De la gloria e del rischio a te consorte
Teco menasti ad affrontar la morte?
Secoli che verrete, io mi protesto
Che al ver fo ingiuria, e men del vero è quello
Ch'io ne scrivo e favello.
Chi crederà l'eroico dispregio
Di prudenza e di te, che assai più bello
Fa di tue palme il pregio?
Chi crederà che, a te medesmo infesto,
E a te negando il maestevol regio
Titol, di mano in mano
Sia tu in battaglia a i maggior rischi accinto,
Non da gli altri distinto,
Che nel vigor del senno e de la mano?
Nel comandar, sovrano;
Ne l'eseguir, compagno; e del possente
Forte esercito tuo gran braccio e mente?
Su su, fatal guerriero; a te s'aspetta
Trar di ceppi l'Europa, e 'l sacro ovile
Stender da Battro a Tile.
Qual mai di starti a fronte avrà balìa
Vasta bensì, ma vecchia, inferma e vile,
Cadente monarchia,
Dal proprio peso a ruinar costretta?
Se 'l ver mi dice un'altra fantasia,
Te l'usurpata sede
Greca, ete 'l greco inconsolabil suolo
Chiama; te chiama solo,
Te sospira il Giordano; a te sol chiede
La Galilea mercede;
A te Betlemme, a te Sion si prostra,
E piange e prega, e 'l servo piè ti mostra.