CIII

By Bernardo Pulci

Venite, sacre e gloriose dive,

venite, Grazie lagrimose e meste,

' acompagnar quel che piangendo scrive;

venite, sante immortal dee celeste,

all'estremo furore, al crudo scempio,

vedove lasse con oscure veste!

Caduto, anime dive, è il vostro tempio

fabricato per man de' sacri iddei,

che fu già di biltate al mondo essempio.

Ninfe, se voi sentite e versi miei,

venite presto e convocate Amore

prima che terra sia fatta costei.

Ogni pompa v'è tolta, ogni valore

oggi per Morte dispietata e rea,

ché vi fé, viva e morta, al mondo onore

a chi dato la forma Citerea,

l'ingegno Palla, e 'l gran nunzio di Giove

ogni eloquenzia a lei concessa avea.

La casta iddea, che 'l gran collegio move,

costumi infuse nel suo petto fido

con leggiadre accoglienze al mondo nove.

L'arco e lo stral gli avea dato Cupido

per sua difesa, e tutte l'altre belle

sanza invidia a costei la fama e 'l grido;

ond'egli è tolto speme al mondo a quelle

silvestre ninfe e dee fatte immortale,

poi ch'è fatta sì degna alma rebella.

Che giova in ciel volar con ambo l'ale

se costei, ch'è del vostro concestoro

regina, contro a Morte oggi non vale?

Né gemma oriental mai giunt'è in oro

quant'è meritamente a voi congiunta

l'alma che scende nel più degno coro.

E benché a vita più tranquilla assunta,

benignamente delle membra isciolta,

duolsi la gente, di pietà compunta:

tanta chiara virtute in sé raccolta

piange ciascun, concess' a lei natura,

forse da non vedere un'altra volta.

Invida Parca, che per forza fura

sempre qual pianta a noi vie più diletta,

per mostrar che nïente al mondo dura!

Alma diva leggiadra Simonetta,

ove ci lasci, al ciel levando a volo,

là dove è chi ti brama e chi t'aspetta?

Ov'è tuo albergo isconsolato e solo,

Genova mesta e tua Cattana prole,

sol di te degni, lasso, in tanto duolo,

quel tuo Febo al mondo sanza sole,

ch'avendo i giorni tuoi sempre onorati

della sua Dampne si lamenta e dole?

Quanti dolci pensier benigni e grati

rompesti, dira inessorabil Morte,

crudel leggi, destino, avversi fati!

Mentre sì dolce fiamma ardea più forte,

fra dua troncasti crudelmente il filo,

come sempre tu vai cangiando sorte,

tal che lingua né ingegno uman né stilo

giugne a tanto dolor pien d'alto isdegno,

noto dal mar Tireno a quel di Tilo.

Chi vedrà più fra noi spirto sì degno,

tante doti eccellenti, essimie e clare,

dove puose natura ogni suo ingegno?

Chi vedrà più virtù nel mondo rare

in un cor generoso, onesto e schivo,

ove ogni nostra gloria al mondo appare?

O fido essemplo, animo eccelso e divo,

alto valor, che 'l secol nostro ingrato

conobbe sol poi che di lui fu privo!

Aveva già più volte trïunfato

costei di Morte e le sue armi scosse;

sendo d'ira e d'invidia il ciel turbato,

ché la terra di lui più adorna fosse

di sì bel sol, per arricchir se stesso

Morte crudel contro di lei commosse.

Era del suo bel fin vicina apresso

e l'anima volea prender licenzia

dal dolce albergo che gli fu concesso.

Morte non con la usata sua potenzia,

ma con nuove arti avea provato il giorno,

timida fatta nella sua presenzia,

quando gli occhi costei girando intorno

in un mesto collegio ivi raccolto

per contemplare un dolce passo adorno,

pavida no, ma con sicuro volto

mosse come chi d'aspra e dura legge

dopo alcun tempo per sentenzia è sciolto.

«Se così piace a quel che tutto regge,

da questa valle lacrimosa e bruna

trasmutar l'alma dove pochi elegge,

non colpate né Morte né Fortuna,

ma del vostro fugace error iscorto

piangete, ove non è fidanza alcuna;

onde ciascun mortal misero, a torto

fisso nel mondo, si lamenta e dole

spesse fïate del suo viver corto.

Che più si cerca o che s'aspetta e vòle

che per dubbio camino al dolce ospizio

giugnere inanzi al tramontar del sole?

Nessun di voi s'arà retto iudizio

mentr'è rinchiuso in questo carcer fosco:

vita dirà, ma dispietato essizio.

Da poi ch'i' venni in sul bel fiume tosco,

benché forse di fuor per me si tacque,

questo conobbi, ed or più lo conosco.

Certo vivere a me sempre dispiacque

e stato mi sarebbe ancor più greve

se non quanto ad alcun nel mondo piacque.

Vivete e quanto sia fragile e breve

questo corso mortal nel cor di smalto

fingete, per mio essemplo, al sol di neve».

Così detto, levato gli occhi in alto,

dopo un dolce sospir, lieta dipose

le membra, vinte dal crudele assalto.

E qual conviensi alle celeste spose,

essendo eletta al gran convito santo,

di splendor cinse sua guance vezzose.

Adorna, involta in un candido amanto,

come fra l'erba alcun tal volta è avinto,

parea dormendo consolarsi alquanto,

o come fior quando dal sole è vinto,

che per troppo valor bassa le foglie,

di suo virtù non già privato e 'stinto.

Felice alma beata che si scioglie

oggi dal mondo e sua lunghi martiri,

per rivestirsi di più ricche spoglie!

Qual Musa o qual furor sarà che spiri

quante lagrime intorno a lei fùr sparte

fra tanta pompa e tanti incliti viri?

Venne Giunon crucciata in quella parte,

coverta el capo suo d'oscure bende,

e mostrò suo dolor piangendo in parte.

Diceva lasso ognun: «Chi ci contende

le dilicate sua membra pudiche,

ove la voce sua dolce s'intende

pudica e bella? Omè, duo gran nemiche

chi ce l'ha tolte o chi ce le nasconde,

rade volte o non mai nel mondo amiche!»

Non son queste le trecce crespe e bionde

con l'angelica forma del bel viso,

che fé Delio oblïar l'amate fronde?

e gli occhi, donde uscia sì dolce riso

ch'a mezza notte nel più freddo gelo

potea far luce e in terra un paradiso?

Ciprigna, se tu hai potenzia in cielo,

perché non hai col tuo figliuol difesa

costei, de' regni tuoi delizia e zelo?

Amor, quanto la tua potenzia è scesa,

poi che 'nsieme con lei manca tua forza,

e non val tuo furor a tanta impresa!

Morte, che 'l cielo e l'universo sforza

quanto la può con seco se ne porta,

benché furato ha sol di lei la scorza.

Febo non pianse la sua donna morta

percossa dalle sue saette pronte,

onde la faccia sua divenne smorta;

né le sorelle sue pianson Fetonte,

quanto merito ancor lice e conviensi

a noi bagnar di lacrime la fronte!

Piangane il secol nostro orbato e pensi

senza i raggi di sua propizia stella

nave, ch'a forza in dubbio stato attiensi!

Ma forse ch'ancor viva al mondo è quella,

poi che vista da noi fu doppo il fine

in sul feretro posta assai più bella.

Forse le membra caste e peregrine

solute ha Giove e le nasconde e serra

per mostrar lei fra mille altre divine.

Poi ripor la vorrà più bella in terra,

sicché di nostro pianto il ciel si ride

e vede il creder nostro quanto egli erra.

Così, giunta fra degne alme più fide,

maravigliasi il ciel di sua bellezza,

come fé prima in terra chi la vide.

E così tra' pianeti sì s'aprezza

ch'ognun cerca di lei farsi felice,

ma Giove l'ha tirata alla sua altezza.

Ecco Laüra bella e Beatrice,

che li fan loco nelli etterni chiostri.

Com'è volato in ciel nuova finice,

essendo unica stata a' tempi nostri,

così vuol che costei, Chi lassù regna,

fra tutte l'altre più chiara si mostri.

Dunque pianger di lei par cosa indegna:

nuova luce nel ciel, qui gloria e fama,

più che di pianto assai di laude degna;

ché, se 'l mondo costei qual se stesso ama,

perché di tanti premî a sua degne opre

contro agli dii sovente si richiama?

Ninfa, che in terra un freddo sasso copre,

benigna stella or su nel ciel gradita,

quando la luce tua vie più si scopre,

torna a veder la mia patria smarrita!