CIX – Guidi

By Giacomo Leopardi

Ponmi, disse, la destra entro la chioma;

E vedrai d'ogn'intorno

Liete e belle venture

Venir con aureo piede al tuo soggiorno.

Allor vedrai ch'io sono

Figlia di Giove; e che germana al Fato,

Sovra il trono immortale

A lui mi siedo a lato.

A le mie voglie l'ocean commise

Il gran Nettuno: e indarno

Tentan l'Indo e il Britanno

Di doppie ancore e vele armar le navi,

S'io non governo le volanti antenne,

Sedendo in su le penne

De' miei spirti soavi.

Io mando a la lor sede

Le sonanti procelle,

E lor sto sopra col sereno piede:

Entro l'eolie rupi

Lego l'ali de' venti;

E soglio di mia mano

De' turbini spezzar le rote ardenti.

Questa è la man che fabbricò sul Gange

I regni a gl'Indi, e su l'Oronte avvolse

Le regie bende de l'Assiria a i crini:

Pose le gemme a Babilonia in fronte,

Recò sul Tigri le corone al Perso,

Espose al piè di Macedonia i troni.

Del mio poter fur doni

I trionfali gridi

Che al giovane pelleo s'alzaro intorno,

Quando de l'Asia ei corse,

Qual fero turbo, i lidi,

E corse meco vincitor sin dove

Stende gli sguardi il sole.

Allor dinanzi a lui tacque la terra;

E fe l'alto monarca

Fede a gli uomini allor d'esser celeste,

E con eccelse ed ammirabil prove

S'aggiunse a i numi, e si fe gloria a Giove.

Circondaro più volte

I miei geni reali

Di Roma i gran natali:

E l'aquile superbe

Sola in prima avvezzai di Marte al lume;

Ond'alte in su le piume,

Cominciaro a sprezzar l'aure vicine,

E le palme sabine.

Io senato di regi

Su i sette colli apersi:

Ma ne gli alti perigli

Ebbero scorta e duce

I romani consigli:

Io coronai d'allori

Di Fabio le dimore,

E di Marcello i violenti ardori:

Africa trassi in sul Tarpeo cattiva;

E per me corse il Nil sotto le leggi

Del gran fiume latino:

In su le ferree porte infransi i Daci:

Al Caucaso ed al Tauro il giogo imposi:

Alfin tutte de' venti

Le patrie vinsi; e quando

Ebbi sotto a' miei piedi

Tutta la terra doma,

Del vinto mondo fei gran dono a Roma.

Me teme il Daco, e me l'errante Scita;

Ma de' barbari regi

Paventan l'aspre madri;

E stanno in mezzo a l'aste

Per me in timidi affanni

I purpurei tiranni.

Per me Roma avventò le fiamme in grembo

A l'emula Cartago:

Ch'andò errando per Libia, ombra sdegnata;

Sinché per me poi vide

Trasformata l'immago

De la sua gran menica:

E allor placò i desiri

De la feroce sua vendetta antica;

E trasse anco i sospiri

Sovra l'ampia ruina

De l'odiata maestà latina.