CIX – Guidi
Ponmi, disse, la destra entro la chioma;
E vedrai d'ogn'intorno
Liete e belle venture
Venir con aureo piede al tuo soggiorno.
Allor vedrai ch'io sono
Figlia di Giove; e che germana al Fato,
Sovra il trono immortale
A lui mi siedo a lato.
A le mie voglie l'ocean commise
Il gran Nettuno: e indarno
Tentan l'Indo e il Britanno
Di doppie ancore e vele armar le navi,
S'io non governo le volanti antenne,
Sedendo in su le penne
De' miei spirti soavi.
Io mando a la lor sede
Le sonanti procelle,
E lor sto sopra col sereno piede:
Entro l'eolie rupi
Lego l'ali de' venti;
E soglio di mia mano
De' turbini spezzar le rote ardenti.
Questa è la man che fabbricò sul Gange
I regni a gl'Indi, e su l'Oronte avvolse
Le regie bende de l'Assiria a i crini:
Pose le gemme a Babilonia in fronte,
Recò sul Tigri le corone al Perso,
Espose al piè di Macedonia i troni.
Del mio poter fur doni
I trionfali gridi
Che al giovane pelleo s'alzaro intorno,
Quando de l'Asia ei corse,
Qual fero turbo, i lidi,
E corse meco vincitor sin dove
Stende gli sguardi il sole.
Allor dinanzi a lui tacque la terra;
E fe l'alto monarca
Fede a gli uomini allor d'esser celeste,
E con eccelse ed ammirabil prove
S'aggiunse a i numi, e si fe gloria a Giove.
Circondaro più volte
I miei geni reali
Di Roma i gran natali:
E l'aquile superbe
Sola in prima avvezzai di Marte al lume;
Ond'alte in su le piume,
Cominciaro a sprezzar l'aure vicine,
E le palme sabine.
Io senato di regi
Su i sette colli apersi:
Ma ne gli alti perigli
Ebbero scorta e duce
I romani consigli:
Io coronai d'allori
Di Fabio le dimore,
E di Marcello i violenti ardori:
Africa trassi in sul Tarpeo cattiva;
E per me corse il Nil sotto le leggi
Del gran fiume latino:
In su le ferree porte infransi i Daci:
Al Caucaso ed al Tauro il giogo imposi:
Alfin tutte de' venti
Le patrie vinsi; e quando
Ebbi sotto a' miei piedi
Tutta la terra doma,
Del vinto mondo fei gran dono a Roma.
Me teme il Daco, e me l'errante Scita;
Ma de' barbari regi
Paventan l'aspre madri;
E stanno in mezzo a l'aste
Per me in timidi affanni
I purpurei tiranni.
Per me Roma avventò le fiamme in grembo
A l'emula Cartago:
Ch'andò errando per Libia, ombra sdegnata;
Sinché per me poi vide
Trasformata l'immago
De la sua gran menica:
E allor placò i desiri
De la feroce sua vendetta antica;
E trasse anco i sospiri
Sovra l'ampia ruina
De l'odiata maestà latina.