CIX. IN OCCASIONE DEL PARTO DELLA VICEREGINA D'ITALIA E DEL DECRETO DEL 14 MARZO...
Fra le Gamelie vergini
Curatrici divine
Del regal parto, e roride
D'eterna ambrosia il crine,
Qual negli arcani e taciti
Claustri gran diva folgorando appar?
O del nemboso Egioco
Armipotente figlia,
Ti riconosco al cerulo
Baleno delle ciglia
E all'ondante su gli omeri
Peplo che l'erettèe nuore sudâr.
Ma dove, o dea, dell'egida
Son l'idre irate, e i lampi
Dell'asta che terribile
Scuotea di Flegra i campi
E l'alte mura iliache,
Quando i numi fería braccio mortal?
— Armi, risponde, e turbini
Nella rutenia lutta
Cessi all'eroe, che fulmina
L'acre Scita; nè tutta
Nè tutta ancor sul barbaro
Del vincitor ruggì l'ira fatal.
Su la redenta Vistola
Gli prepara Bellona
I procellosi alipedi,
E boreal corona
Tolta a due fronti e fulgida
Del sangue che l'avara Anglia comprò.
E qui vengh'io, non cupida
Di battaglie e di pianto,
Ma inerme e di pacifici
Studi amica e del canto,
Che a far più lieti i talami
Di reine al ciel care Ascra insegnò.
Da questa cuna, ov'auspice
Fecondità s'asside
E alla pensosa e trepida
Donna regal sorride,
Primo de' fior porgendole
La bruna che spuntò nunzia d'april;
Da questa cuna espandesi
D'alta clemenza un raggio,
Che i mesti padri esilara,
Tolti i figli all'oltraggio
Di povertà che al misero
Chiude le fonti d'ogn'idea gentil.
Germe d'eroe che il pubblico
Voto già vinse e l'ira
Placò del fato ausonico,
Apri i begli occhi e mira. —
Disse: e tosto spontanee
Su i cardini le porte ecco suonar;
Ecco avanzarsi, ed ilari
Raggiar celesti aspetti:
E si diffonde un subito
Odor per gli aurei tetti
Che numi annunzia; e insolito
Già del petto gli avvisa il palpitar.
Primiero e iddio bellissimo
Favella il patrio Amore:
— Cara di dèi progenie,
È tuo di tutti il core:
Salve. — E libava un tenero
Bacio al bel labbro che le Grazie aprîr.
De' lieti studi il Genio
Dicea secondo: — I regni
Per me son d'auro e splendono:
Splendan per te gl'ingegni:
Salve. — E ligustri e anemoni
Sparge che gli orti di Sofia nutrîr.
Le due sorelle artefici
Sclamâr giulive e schiette:
— Care son l'arti all'Italo;
Tu, all'arti in te protette.
Salve: mercè del merito
Daran gli alunni, che tu svegli, un dì. —
Sì dicendo, agitarono
L'una il vital pennello,
L'altra di marmi il fervido
Animator scarpello;
E di venuste immagini
Splendor la fronte pueril lambì.
Mal note in terra ed ultime,
Ma prime in ciel, le Muse
Mossero; e il volto ingenuo
Di bel pudor soffuse,
Questo alle fibre armoniche
Maritâr dilettoso inno d'amor.
— Già ne' fioretti scorrere
Di Zefiro l'amica
Fa dolce un rio di nèttare;
E la gran madre antica
Di gioventù s'imporpora,
Rinnovando del capo il verde onor.
Delle celate Drîadi
Sotto la man già senti
Dentro il materno cortice
Scaldarsi i petti algenti,
Già sporgonsi, già saltano
Fuor della buccia in lor natìa beltà.
E della luce il provvido
Eterno padre e fonte
Di vegetanti palpiti
Empie la valle e il monte,
E ne' corpi col rutilo
Strale la vita saettando va.
O del bel cielo italico,
Amalia, augusto sole!
Aura d'april benefica
È la beata prole
Che già ti ride e suscita
Di maggior frutto le speranze in sen.
Odi esultar di giubilo
Gl'insubri gioghi, e lieti
Benedir le vindeliche
Rive. Dagli antri queti
L'Iséro eccheggia, e libero
Concede all'onda salutata il fren.
Bella la marzia polvere
Di re guerrier sul crine:
Bello il lauro tra' fulmini
Cresciuto: e di reine
Bella sul crin la pronuba
Rosa che il fiato d'Ilitìa creò.
Grato ai forti lo strepito
De' brandi e l'improvviso
Fragor di tube e timpani;
Grato alle madri il riso
De' bamboletti e il roseo
Balbo labbruccio che parlar non può.
Sudor di guerra è balsamo
Del prode alle ferite:
Di bambinel la lagrima
Strazio è di cor più mite:
Deh! non far mesto, o tenera
Vita, il bel seno che soffria per te.
Al tuo natal dileguasi,
Vedi, ogni nostro affanno.
Sorridi, o bella, e cálmati.
Al ritornar dell'anno
Non sarai sola: e giuralo
L'alta fortuna del maggior dei re. —
Tale del fato interpreti
Sciogliean le Muse il canto.
In viva onda d'ambrosia
Lavò Minerva intanto
La pargoletta; e l'alito
Sacro inspirando, — Tu se' mia — gridò.
E le Gemelie vergini,
Curatrici divine,
D'auree fasce l'avvolsero.
Fra le chiuse cortine
Vide l'opra mirabile
La diva che m'assiste, e la cantò.