CLI

By Giusto de' Conti

Et con l'ale amorose del pensero

A volo alzar si può nostro intelletto

Tanto che io veda, immaginando, il vero,

Amore, il tempo, e il mio vago concetto

Acceso in fiamma di novel disire,

Che mi sgombrava ogni voler del petto,

Un giorno avean rivolto al mio martire

Ogni mio senso già sviato altronde,

Per veder la cagion del mio languire.

E il dolce imaginar, che mi confonde,

Avea ritratta la mia stanca mente

Da quei begli occhi et dalle trecce bionde.

Già sentia sollevar sì dolcemente

L'anima grave, et l'affannato velo,

Che or mi fa lieto nel pensier sovente:

Et carco d'un soave et caldo gelo,

Non so se falso sogno, overo oblio

Mi scorse et spinse infino al terzo cielo.

Ivi così condotto da disio,

Mirai le stelle erranti ad una ad una,

Che son principio del mio stato rio.

Mirai con loro il corso della Luna,

Et vidi perché il mondo chiama a torto

La Sorte iniqua, et ceca la Fortuna.

Poi rassembrava lor viaggio torto

Al vago giro del fatal mio sole,

Che dentro volve gli occhi che m'han morto.

Suo chiaro viso, et sue sante parole

Col sospirar dell'anima gentile,

All'armonia, che lì sentir si sole,

Il senno, la beltade, et l'atto umile,

Et le virtuti, in quel bel petto sparse,

Ove non si creò mai pensier vile,

Pensando agli altri effetti ancor mi parse

Che avesse più che loro in me possanza

La vista che in un punto il mio core arse.

Et rimembrando mia dolce speranza,

Mentre che il pensier dentro più forte ergo,

Sì come egli il pareggia et come avanza,

Rivolgo gli occhi al glorioso albergo,

Al loco aventuroso, ove oggi vive

Lei, per che piango et sempre carte vergo,

Fra i dolci colli et l'onorate rive

Dove è colei, che arà mia vita in mano

Finché del suo spirar morte la prive:

Era in quell'ora il viso più ch'umano

Rivolto verso il Ciel, dove è il Sol degno,

Et gli occhi che mi struggon di lontano.

Non so se il riso, o suo leggiadro sdegno,

Non so se il lume allor che il cor m'infiamma,

Avea di foco l'universo pregno.

Non era al parer mio rimasa dramma

In cielo, in terra, in mare, in el abisso,

Che non ardesse d'amorosa fiamma.

Io non era possente a mirar fisso

Di lungi pur, la vista di colei,

Per che gran tempo in ghiaccio, in foco ho visso:

Così abagliava infra gli sensi miei

Quel bel raggio seren del viso adorno,

Che per seguirlo libertà perdei.

Ma ben vedeva il mondo d'ogn'intorno

Arder già tutto, et le mortal faville

Nascer nel mezzo del suo bel soggiorno;

Et le serene luci sue tranquille,

Sole cagion della mia grave doglia,

Per che convien piangendo io mi distille.

Sapea ben come cangia ogni mia voglia,

Se volge il lume tra il bel nero e il bianco,

Colei, che d'ogni ben mia vita spoglia.

Et io sentiva a poco venir manco

Il mio debil valore; et di paura

Tremare il freddo cor nel lato manco.

Et l'alma sbigottita per l'arsura

Sul sangue che bollia già nelle vene,

Chiamar soccorso a lei che non ha cura.

Lasso me, non poria parlando, bene

Ridire il modo, la stagione et l'ora,

Né la cagion di sì leggiadre pene.

Mentre che ardendo Roma struggea allora,

Ecco più chiara vista omai rappella

In parte ove il pensier più s'inamora,

Vedeami inanzi l'amorosa stella,

Che amar m'insegna con suoi rai possenti,

A sì gran torto contro me rubella,

I lumi a noi nemici eran già spenti

Per tutto il mondo, et li crudeli aspetti,

Saturno e Marte et li contrari venti.

Le stelle più felici, e i cari effetti

Vedeansi insieme tutte in sé raccolte

In luoghi signorili alti et eletti.

Et sì benignamente eran rivolte

Al sacro loco, di che pria parlai,

Che spiegar non porian parole sciolte.

Scendea da i santi et benedetti rai

Tal dal ciel pioggia in su l'amate trezze,

Che non fia stella che 'l pareggi mai.

Et una nube carca di bellezze

L'arco dintorno avea tutto ripieno

Di gioia, d'onestate et di vaghezze.

Mirando il ciel sì lieto et sì sereno,

Et l'altre stelle volte nel bel viso,

Che già il foco mortal m'accese in seno,

Ripien di maraviglia, in Paradiso

Credeva esser portato inanzi morte,

O spirto errante, dal corpo diviso.

Et volea dire: Ahi dispietata Sorte,

In ciel di quei begli occhi or si fa festa,

Che io scelsi per miei segni et fide scorte;

Et me fra l'onde et la maggior tempesta

Mia guida lascia, ove mi spinge Amore

Ohi me che poco spirto ormai ci resta.

Ma non più tosto tal pensiero al core

Giunse, ch'io mi rivolsi all'altra parte,

Là dove a sé mi trasse un nuovo errore.

Io vidi con questi occhi ivi in disparte

La imagine gentil, la bella idea,

Donde il mio cor dal ciel tolse tanta arte.

Mentre che più da presso io me facea,

Lo esempio, la figura, et la bella ombra

Già viva viva tutta mi parea.

Così giuso, nel mondo, il cor m'ingombra

Quella pietà, che schiva talor move

Tra il lume e il fronte, che mia vista adombra.

Così simil bontà da gli occhi piove

Giù nel bel mento il fronte pelegrino;

Così si adorna di vagheze nove.

Or qui conobbi quanto può destino

Quanto natura, e il cielo: et quanto possa

L'ingegno sol senza voler divino.

Conobbi la cagion, donde è sol mossa

La guerra, che mi strugge et arde sempre

Col foco, che mi è acceso in mezzo l'ossa.

Conobbi, per che a sì diverse tempre

Amor governe la mia frale vita,

Et perché dall'angoscia non si stempre.

Era la mia virtù vinta et smarrita

Già nanzi l'alto obietto e il bel sembiante,

Che solo è adorno di beltà infinita.

Vedea le mie suavi luci sante

Non sfavillar, ma chiuse nella stampa;

E il viso ornato di belleze tante:

E il chiaro impallidir d'una tal vampa

Biancarlo tutto, e l'onorato fronte,

Che ogni core adolcisce e il mio divampa;

Le ciglia aventurose agli occhi gionte,

Chi gira et volge Amor con sua man sola,

Porto di mia salute, albergo et fonte;

Le chiome sciolte intorno a quella gola,

Onde vien quel parlare umano et tardo,

Che l'anima, ascoltando, il cor m'invola.

Mentreché il duolo mio fiso riguardo,

Veder mi parve, d'un leggiadro nembo

Coperte ambe le luci, ond'io tanto ardo:

Et sopra al fortunato et suo bel grembo

La bianca man di perle star distesa,

Et circondata d'amoroso lembo.

Questa è la man da chi fu l'alma presa,

Et fece il laccio di che amor la noda,

Et tienla in croce, et mai non fece offesa.

Questa è la bella man, che il cor m'enchioda,

Soavemente, sì che il sento apena;

Questa è la man, che tutto il mondo loda.

Questa è la bella man, che al fin mi mena;

Et, vaneggiando, in parte l'alma induce,

Dove è sol pianto, doglia, angoscia, e pena.

Questa è la man, che la mia cara luce,

Che io vidi in l'alto exempio imaginato;

Questa è la man che a morte mi conduce.

Questa è la bella man, che il manco lato

Mi aperse, et piantovv' entro il malvolere,

Perché convien ch'io pera in questo stato.

El stare in sé raccolta, e il bel tacere,

Et questo a tempo, e il riso mansueto

Né lice, né conviensi a me vedere:

Il mirar vago et fiso, e il volger lieto

Non per destin ma per arte si acquista,

L'andar soave et l'atto umile et queto.

Non vi era il duol, che la bella alma attrista;

Né il sospirar, che par già mi consume;

Né il lampeggiar della soperchia vista,

Ma in gli occhi, che m'hanno arso, e spento il lume,

Il lume che m'abaglia, non m'invia:

Spento era nel sembiante ogni costume.

Suo senno, suo valor, sua leggiadria

Né quel, Né l'altro orgoglio si è dipinto,

Che m'ha ingannato con sembianza pia.

Era già il sole all'orizzonte spinto,

Tratto per forza al fondo de la spera;

E l'aere nostro d'ombra era già tinto:

Et la nimica mia già rivolta era

A vagheggiar se stessa, et sua beltade

E infino a terza avea la vista altera.

Dico di lei che adorna nostra etade,

Et sola infiora il mondo che nol merta,

In cui s'osserva il pregio di beltade .

Sicché di doppia notte era coperta

La terra allor, che il santo raggio volse,

Che volto in su facea mia vista incerta.

Non so che la memoria qui mi tolse,

Ch'io non so ben ridir se più soffersi,

Non so, se il mio pensiero ivi più accolse:

Et qui fuggendo il sonno, gli occhi apersi.