CLII – Varano
Io vidi
Ritta fra i venti su l'opaco avello
D'Amennira la forma, e a i segni fidi
La riconobbi. Era il medesmo e vago
Volto che m'infiammò ne' patrii lidi;
L'aria stessa e il color: non avea pago,
Né mesto, ma tranquillo il viso grave,
E maggior de l'antica era l'immago.
La mente, che le larve oscure pave,
Dal leggiadro sentì spettro diffusa
Maravigliosa in sé luce soave;
E da la piena calma al core infusa
Argomentò che quella fosse un'alma
O dal ciel scesa, o in pace a viver usa.
Fiso io guardava l'impalpabil salma,
Ch'ove avvien che il vel doppio in se trabocchi,
Stretta avea l'una insieme a l'altra palma;
E a l'alto i lumi da pietà sì tocchi
Volgea, che mai lassù non furo affissi
Né più amorosi, né più amabil'occhi.
tacendo essa, io pur tacqui, o non ardissi,
O me rendesse muto il mio stupore.
Confuso alfin ruppi il silenzio, e dissi:
O mia misera speme e mio dolore,
Fra le spolpate nel funesto seggio
Ossa tue carche di cotanto orrore,
Amennira, ed è ver ch'io ti riveggio?
O pur fra i sogni e i simulacri vani
Del mio turbato immaginar ondeggio?
Da quali ignoti spazi, e alberghi arcani
De gli astri, o de gli abissi a me tu vieni
Tratta di Morte dalle ferree mani?
Ma da qualunque a me sede ti meni
Sì amico volo, ah! tu soave spiri
Grazia, e fra il lutto ancor mi rassereni.
Io già credei che i caldi miei desiri
Dal volto tuo per lunga via divisi
Nulla più dasser esca a i miei sospiri;
Ché interrogai del cor quegl'indivisi
Dal dolce palpitar moti, che furo
Vive poi fiamme, ove a penar lo misi;
Né in lui conobbi de l'antico e duro
Suo nodo orma pur lieve, anzi mel finsi
Queto, e in sua libertade appien securo;
E d'inni eletti a coronar m'accinsi
Altre labbra ed altri occhi, e i novi rai
De' tuoi più vaghi al paragon mi pinsi;
Ma poiché quella che non rota mai
L'adunca falce invano, al mondo tolse
Teco il lume che ogni altro ombrò d'assai,
Destossi l'ardor mio più forte, e avvolse
Col primo laccio il cor, cui valse poco
L'error suo, che il deluse, e nol disciolse.
Sentii, quando il dì sorse, e quando il loco
Cesse a la notte, che squallida crebbe,
L'immagin tua spirarmi affanno e fuoco;
E fin la mia ragion stessa m'increbbe,
Che tante in mediator sotterra mute
Tue doti, il duolo e il desiderio accrebbe.
La triste allor bramai mia servitute;
E quella che parea tua crudeltate
Col vero nome suo chiamai virtute;
E per sì raro aggiungo a tua beltate
Pregio e fulgor l'avvelenato strale
Più acerbe m'inasprì le piaghe usate.
Ahi lasso! or so che l'alma a fuggir l'ale
Non ha, se Amor contrasta; ed or m'avveggo
Che Amor, che da virtù nasce, è immortale.