CLII – Varano

By Giacomo Leopardi

Io vidi

Ritta fra i venti su l'opaco avello

D'Amennira la forma, e a i segni fidi

La riconobbi. Era il medesmo e vago

Volto che m'infiammò ne' patrii lidi;

L'aria stessa e il color: non avea pago,

Né mesto, ma tranquillo il viso grave,

E maggior de l'antica era l'immago.

La mente, che le larve oscure pave,

Dal leggiadro sentì spettro diffusa

Maravigliosa in sé luce soave;

E da la piena calma al core infusa

Argomentò che quella fosse un'alma

O dal ciel scesa, o in pace a viver usa.

Fiso io guardava l'impalpabil salma,

Ch'ove avvien che il vel doppio in se trabocchi,

Stretta avea l'una insieme a l'altra palma;

E a l'alto i lumi da pietà sì tocchi

Volgea, che mai lassù non furo affissi

Né più amorosi, né più amabil'occhi.

tacendo essa, io pur tacqui, o non ardissi,

O me rendesse muto il mio stupore.

Confuso alfin ruppi il silenzio, e dissi:

O mia misera speme e mio dolore,

Fra le spolpate nel funesto seggio

Ossa tue carche di cotanto orrore,

Amennira, ed è ver ch'io ti riveggio?

O pur fra i sogni e i simulacri vani

Del mio turbato immaginar ondeggio?

Da quali ignoti spazi, e alberghi arcani

De gli astri, o de gli abissi a me tu vieni

Tratta di Morte dalle ferree mani?

Ma da qualunque a me sede ti meni

Sì amico volo, ah! tu soave spiri

Grazia, e fra il lutto ancor mi rassereni.

Io già credei che i caldi miei desiri

Dal volto tuo per lunga via divisi

Nulla più dasser esca a i miei sospiri;

Ché interrogai del cor quegl'indivisi

Dal dolce palpitar moti, che furo

Vive poi fiamme, ove a penar lo misi;

Né in lui conobbi de l'antico e duro

Suo nodo orma pur lieve, anzi mel finsi

Queto, e in sua libertade appien securo;

E d'inni eletti a coronar m'accinsi

Altre labbra ed altri occhi, e i novi rai

De' tuoi più vaghi al paragon mi pinsi;

Ma poiché quella che non rota mai

L'adunca falce invano, al mondo tolse

Teco il lume che ogni altro ombrò d'assai,

Destossi l'ardor mio più forte, e avvolse

Col primo laccio il cor, cui valse poco

L'error suo, che il deluse, e nol disciolse.

Sentii, quando il dì sorse, e quando il loco

Cesse a la notte, che squallida crebbe,

L'immagin tua spirarmi affanno e fuoco;

E fin la mia ragion stessa m'increbbe,

Che tante in mediator sotterra mute

Tue doti, il duolo e il desiderio accrebbe.

La triste allor bramai mia servitute;

E quella che parea tua crudeltate

Col vero nome suo chiamai virtute;

E per sì raro aggiungo a tua beltate

Pregio e fulgor l'avvelenato strale

Più acerbe m'inasprì le piaghe usate.

Ahi lasso! or so che l'alma a fuggir l'ale

Non ha, se Amor contrasta; ed or m'avveggo

Che Amor, che da virtù nasce, è immortale.