CLV – Parini
Quando Orion, dal cielo
Declinando, imperversa,
E pioggia e nevi e gelo
Sopra la terra ottenebrata versa;
Me spinto ne la iniqua
Stagione, infermo il piede,
Tra il fango e tra l'obliqua
Furia de' carri la città gir vede;
E, per avverso sasso
Mal fra gli altri sorgente,
O per lubrico passo,
Lungo il cammino stramazzar sovente.
Ride il fanciullo, e gli occhi
Tosto gonfia commosso,
Che il cubito o i ginocchi
Me scorge, o il mento, dal cader percosso.
Altri accorre; e, oh infelice,
E di men crudo fato
Degno vate! mi dice;
E seguendo il parlar, cinge il mio lato
Con la pietosa mano,
E di terra mi toglie;
E il cappel lordo, e il vano
Baston, dispersi ne la via, raccoglie.
Te, ricca di comune
Censo, la patria loda;
Te sublime, te immune
Cigno da tempo che il tuo nome roda,
Chiama gridando intorno;
E te molesta incita
Di poner fine al Giorno,
Per cui cercato a lo stranier ti addita:
Ed ecco, il debil fianco
Per anni e per natura,
Vai nel suolo pur anco
Fra il danno strascinando e la paura:
Né il sì lodato verso
Vile cocchio ti appresta,
Che te salvi a traverso
De' trivi dal furor de la tempesta.
Sdegnosa anima, prendi,
Prendi novo consiglio;
Se già il canuto intendi
Capo sottrarre a più fatal periglio.
Congiunti tu non hai,
Non amiche, non ville,
Che te far possan mai
Ne l'urna del favor preporre a mille.
Dunque per l'erte scale
Arrampica qual puoi,
E fra gli atrii e le sale
Ogni giorno ulular de' pianti tuoi.
O non cessar di porte
Fra lo stuol de' clienti,
Abbracciando le porte
De gl'imi che comandano a i potenti;
E lor mercè, penetra
Ne' recessi de' grandi;
E sopra la lor tetra
Noia gli scherzi e le novelle spandi.
O, se tu sai, più astuto,
I cupi sentier trova
Colà dove nel muto
Aere il destin de' popoli si cova;
E fingendo nova esca
Al pubblico guadagno,
L'onda sommovi, e pesca
Insidioso nel turbato stagno.
Ma chi giammai potria
Guarir tua mente illusa,
O trar per altra via
Te ostinato amator de la tua musa?
Lasciala: o, pari a vile
Mima, il pudore insulti,
Dilettando scurrile
I bassi geni dietro al fasto occulti.
Mia bile alfin, costretta
Già troppo, dal profondo
Petto rompendo, getta
Impetuosa gli argini; e rispondo:
Chi sei tu, che sostenti
A me questo vetusto
Pondo, e l'animo tenti
Prostrarmi a terra? Umano sei; non giusto.
Buon cittadino, al segno
Dove natura e i primi
Casi ordinar, lo ingegno
Guida così, che lui la patria estimi.
Quando poi d'età carco
Il bisogno lo stringe,
Chiede opportuno e parco,
Con fronte liberal, che l'alma pinge.
E se i durti mortali
A lui voltano il tergo,
Ei si fa, contro a i mali,
De la costanza sua scudo ed usbergo.
Né si abbassa per duolo,
Né s'alza per orgoglio.
Così dicendo, solo
Lascio il mio appoggio, e bieco indi mi toglio.
Così, grato a i soccorsi,
Ho il consiglio a dispetto:
E privo di rimorsi,
Con dubitante piè, torno al mio tetto.