CLV – Parini

By Giacomo Leopardi

Quando Orion, dal cielo

Declinando, imperversa,

E pioggia e nevi e gelo

Sopra la terra ottenebrata versa;

Me spinto ne la iniqua

Stagione, infermo il piede,

Tra il fango e tra l'obliqua

Furia de' carri la città gir vede;

E, per avverso sasso

Mal fra gli altri sorgente,

O per lubrico passo,

Lungo il cammino stramazzar sovente.

Ride il fanciullo, e gli occhi

Tosto gonfia commosso,

Che il cubito o i ginocchi

Me scorge, o il mento, dal cader percosso.

Altri accorre; e, oh infelice,

E di men crudo fato

Degno vate! mi dice;

E seguendo il parlar, cinge il mio lato

Con la pietosa mano,

E di terra mi toglie;

E il cappel lordo, e il vano

Baston, dispersi ne la via, raccoglie.

Te, ricca di comune

Censo, la patria loda;

Te sublime, te immune

Cigno da tempo che il tuo nome roda,

Chiama gridando intorno;

E te molesta incita

Di poner fine al Giorno,

Per cui cercato a lo stranier ti addita:

Ed ecco, il debil fianco

Per anni e per natura,

Vai nel suolo pur anco

Fra il danno strascinando e la paura:

Né il sì lodato verso

Vile cocchio ti appresta,

Che te salvi a traverso

De' trivi dal furor de la tempesta.

Sdegnosa anima, prendi,

Prendi novo consiglio;

Se già il canuto intendi

Capo sottrarre a più fatal periglio.

Congiunti tu non hai,

Non amiche, non ville,

Che te far possan mai

Ne l'urna del favor preporre a mille.

Dunque per l'erte scale

Arrampica qual puoi,

E fra gli atrii e le sale

Ogni giorno ulular de' pianti tuoi.

O non cessar di porte

Fra lo stuol de' clienti,

Abbracciando le porte

De gl'imi che comandano a i potenti;

E lor mercè, penetra

Ne' recessi de' grandi;

E sopra la lor tetra

Noia gli scherzi e le novelle spandi.

O, se tu sai, più astuto,

I cupi sentier trova

Colà dove nel muto

Aere il destin de' popoli si cova;

E fingendo nova esca

Al pubblico guadagno,

L'onda sommovi, e pesca

Insidioso nel turbato stagno.

Ma chi giammai potria

Guarir tua mente illusa,

O trar per altra via

Te ostinato amator de la tua musa?

Lasciala: o, pari a vile

Mima, il pudore insulti,

Dilettando scurrile

I bassi geni dietro al fasto occulti.

Mia bile alfin, costretta

Già troppo, dal profondo

Petto rompendo, getta

Impetuosa gli argini; e rispondo:

Chi sei tu, che sostenti

A me questo vetusto

Pondo, e l'animo tenti

Prostrarmi a terra? Umano sei; non giusto.

Buon cittadino, al segno

Dove natura e i primi

Casi ordinar, lo ingegno

Guida così, che lui la patria estimi.

Quando poi d'età carco

Il bisogno lo stringe,

Chiede opportuno e parco,

Con fronte liberal, che l'alma pinge.

E se i durti mortali

A lui voltano il tergo,

Ei si fa, contro a i mali,

De la costanza sua scudo ed usbergo.

Né si abbassa per duolo,

Né s'alza per orgoglio.

Così dicendo, solo

Lascio il mio appoggio, e bieco indi mi toglio.

Così, grato a i soccorsi,

Ho il consiglio a dispetto:

E privo di rimorsi,

Con dubitante piè, torno al mio tetto.