CLVI – Parini
Invano, ivan la chioma
Deforme di canizie,
E l'anima già doma
Da i casi, e fatto rigido
Il senno da l'età
Si crederà che scudo
Sian contro ad occhi fulgidi,
A mobil seno, a nudo
Braccio, e a l'altre terribili
Arme de la beltà.
Gode assalir nel porto
La contumace Venere;
E, rotto il fune e il torto
Ferro, rapir nel pelago
Invecchiato nocchier;
E per novo periglio
Di tempeste, a l'arbitrio
Darlo al cieco figlio:
Esultando, con perfido
Riso, del suo poter.
Ecco, me di repente,
Me stesso, per l'undecimo
Lustro di già scendente,
Sentii vicino a porgere
Il piè servo ad Amor:
Benché gran tempo al saldo
Animo invan tentassero
Novello eccitar caldo
Le lusinghiere giovani
Di mia patria splendor.
Tu da i lidi sonanti
Mandasti, o torbid'Adria,
Chi sola de gli amanti
Potea tornarmi a i gemiti
E al duro sospirar:
Donna d'incliti pregi
Là fra i togati principi,
Che di consigli egregi
Fanno l'alta Venezia
Star libera sul mar.
Parve, a mirar, nel volto
E ne le membra Pallade,
Quando, l'elmo a sé tolto,
Fin sopra il fianco scorrere
Si lascia il lungo crin:
Se non che a lei d'intorno
Le volubili Grazie
Dannosamente adorno
Rendeano a i guardi cupidi
L'almo aspetto divin.
Qual se, parlando, eguale
A gigli e rose il cubito
Molle posava! quale
Se improvviso la candida
Mano porgea nel dir!
E a lei nevi del petto
Chinandosi, da i morbidi
Veli non ben costretto,
Fiero de l'alme incendio
Permetteva fuggir!
Intanto il vago labro,
E di rara fecondia
E d'altre insidie fabro
Già modulando i lepidi
Detti nel patrio suon.
Che più? da la vivace
Mente lampi scoppiavano
Di poetica face,
Che tali mai non arsero
L'amica di Faon,
Né quando al coro intento
De le fanciulle lesbie
L'errante, violento,
Per le midolle fervide
Amoroso velen,
Né quando lo interrotto
Dal fuggitivo giovane
Piacer cantava, sotto
A la percossa cetera
Palpitandole il sen.
Ahimè, quale infelice
Giogo era pronto a scendere
Su la incauta cervice,
S'io nel dolce pericolo
Tornava il quarto dì!
Ma con veloci rote
Me, quantunque mal docile,
Ratto per le remote
Campagne il mio buon genio
Opportuno rapì.
Tal che in tristi catene
A i garzoni ed al popolo
Di giovanili pene
Io canuto spettacolo
Mostrato non sarò.
Bensì, nudrendo il mio
Pensier di care immagini,
Con soave desio
Intorno a l'onde adriache
Frequente volerò.