CLVI
Quel bel giardin che serba in Cipro eterno
Venere bella ai pargoletti figli
e quel che il pomo d'oro ebbe in governo,
par che questo verziero oggi simigli.
Qui son d'auro le foglie e sonvi, il verno
come vedete, fresche rose e gigli
con sì dolce aura ch'io vo' porlo innante
a quell'orto d'Amore, a quel d'Atlante.
Quivi si sente un'aura che di odore
vince l'Arabia ove più ricca abbonda,
a cui cede ogni vento e farle onore
l'aura prima si vede e la seconda;
aura gentil che d'onestade il fiore
verde conserva, come in lauro fronda;
per te ride la terra e 'l ciel ringrazia,
mentre spiri tra noi diletto e grazia.
Ecco, quasi tra' fior candida rosa,
si vede, assisa a l'ombra d'un bel velo,
Ippolita, sì bella e sì vezzosa
che gioir fa di sue bellezze il cielo;
ovunque gira la vista amorosa,
face ogni alma tremar d'ardente gelo,
e par che da' begli occhi e dal bel volto
non si possa fuggir col cuore sciolto.
Sembra Diana in la maggiore altezza
dare a le ninfe sue legge e consiglio:
con tanta maestà, tanta vaghezza
muove Cassandra l'uno e l'altro ciglio,
che chi può contemplar l'alta bellezza
ch'orna il bel volto candido e vermiglio,
stupefatto dirà, se pur favella:
qual dea, qual ninfa è di costei più bella?
Qui mostra Cleofè vaga e gentile
l'alme fattezze leggiadrette e belle,
sotto 'l cui ciglio altieramente umìle
raggian lucenti due serene stelle;
qui fan tra' più bei fiori un lieto aprile
tant'altre e tante più che rose belle;
qui vera leggiadria veggio scolpita
in Colonna, in Diamante, in Margarita.