CLVI

By Francesco Beccuti

Quel bel giardin che serba in Cipro eterno

Venere bella ai pargoletti figli

e quel che il pomo d'oro ebbe in governo,

par che questo verziero oggi simigli.

Qui son d'auro le foglie e sonvi, il verno

come vedete, fresche rose e gigli

con sì dolce aura ch'io vo' porlo innante

a quell'orto d'Amore, a quel d'Atlante.

Quivi si sente un'aura che di odore

vince l'Arabia ove più ricca abbonda,

a cui cede ogni vento e farle onore

l'aura prima si vede e la seconda;

aura gentil che d'onestade il fiore

verde conserva, come in lauro fronda;

per te ride la terra e 'l ciel ringrazia,

mentre spiri tra noi diletto e grazia.

Ecco, quasi tra' fior candida rosa,

si vede, assisa a l'ombra d'un bel velo,

Ippolita, sì bella e sì vezzosa

che gioir fa di sue bellezze il cielo;

ovunque gira la vista amorosa,

face ogni alma tremar d'ardente gelo,

e par che da' begli occhi e dal bel volto

non si possa fuggir col cuore sciolto.

Sembra Diana in la maggiore altezza

dare a le ninfe sue legge e consiglio:

con tanta maestà, tanta vaghezza

muove Cassandra l'uno e l'altro ciglio,

che chi può contemplar l'alta bellezza

ch'orna il bel volto candido e vermiglio,

stupefatto dirà, se pur favella:

qual dea, qual ninfa è di costei più bella?

Qui mostra Cleofè vaga e gentile

l'alme fattezze leggiadrette e belle,

sotto 'l cui ciglio altieramente umìle

raggian lucenti due serene stelle;

qui fan tra' più bei fiori un lieto aprile

tant'altre e tante più che rose belle;

qui vera leggiadria veggio scolpita

in Colonna, in Diamante, in Margarita.