CLVII – Parini

By Giacomo Leopardi

Lascia, mia Silvia ingenua,

Lascia cotanto orrore

A l'altre belle stupide

E di mente e di core.

Ahi, da lontana origine,

Che occultamente nuoce,

Anche la molle giovine

Può divenir feroce.

Sai de le donne esimie

Onde si chiara ottenne

Gloria l'antico Tevere,

Silvia, sai tu che avvenne?

Poi che la spola, e il frigio

Ago, e gli studi cari

Mal si recaro a tedio,

E i pudibondi lari,

E con baldanza improvida,

Contro a gli esempi primi,

Ad ammirar convennero

I saltatori e i mimi;

Pria tolleraron facili

I nomi di Tereo,

E de la maga colchica,

E del nefario Atreo;

Ambito poi spettacolo

A i loro immoti cigli

Fur ne le orrende favole

I trucidati figli.

Onde perversa l'indole,

E fatto il cor più fiero,

Del finto duol già sazio,

Corse sfrenato al vero.

E là dove di Libia

Le belve, in guerra oscena,

Empiean d'urli e di fremito

E di sangue l'arena,

Potè a l'alte patrizie,

Come a la plebe oscura,

Giocoso dar solletico

La soffrente natura.

Che più? baccanti, e cupide

Di più nefando aspetto,

Sol da l'uman pericolo

Acuto ebber diletto:

E da i gradi e da i circoli,

Co' moti e con le voci

Di già maschili, applausero

A i duellanti atroci;

Creando a sé delizia

E de le membra sparte,

E de gli estremi aneliti,

E del morir con arte.

Copri, mia Silvia ingenua,

Copri le luci, ed odi

Come tutti passarono

Licenziose i modi.

Il gladiator, terribile

Nel guardo e nel sembiante,

Spesso fra i chiusi talami

Fu ricercato amante.

Così, poi che da gli animi

Ogni pudor disciolse,

Vigor da la libidine

La crudeltà raccolse:

Indi a i veleni taciti

Si preparò la mano,

Indi le madri ardirono,

Di concepire invano

Tal da lene principio

In fatali rovine

Cadde l'onor, la gloria

De le donne latine.