CLVII – Parini
Lascia, mia Silvia ingenua,
Lascia cotanto orrore
A l'altre belle stupide
E di mente e di core.
Ahi, da lontana origine,
Che occultamente nuoce,
Anche la molle giovine
Può divenir feroce.
Sai de le donne esimie
Onde si chiara ottenne
Gloria l'antico Tevere,
Silvia, sai tu che avvenne?
Poi che la spola, e il frigio
Ago, e gli studi cari
Mal si recaro a tedio,
E i pudibondi lari,
E con baldanza improvida,
Contro a gli esempi primi,
Ad ammirar convennero
I saltatori e i mimi;
Pria tolleraron facili
I nomi di Tereo,
E de la maga colchica,
E del nefario Atreo;
Ambito poi spettacolo
A i loro immoti cigli
Fur ne le orrende favole
I trucidati figli.
Onde perversa l'indole,
E fatto il cor più fiero,
Del finto duol già sazio,
Corse sfrenato al vero.
E là dove di Libia
Le belve, in guerra oscena,
Empiean d'urli e di fremito
E di sangue l'arena,
Potè a l'alte patrizie,
Come a la plebe oscura,
Giocoso dar solletico
La soffrente natura.
Che più? baccanti, e cupide
Di più nefando aspetto,
Sol da l'uman pericolo
Acuto ebber diletto:
E da i gradi e da i circoli,
Co' moti e con le voci
Di già maschili, applausero
A i duellanti atroci;
Creando a sé delizia
E de le membra sparte,
E de gli estremi aneliti,
E del morir con arte.
Copri, mia Silvia ingenua,
Copri le luci, ed odi
Come tutti passarono
Licenziose i modi.
Il gladiator, terribile
Nel guardo e nel sembiante,
Spesso fra i chiusi talami
Fu ricercato amante.
Così, poi che da gli animi
Ogni pudor disciolse,
Vigor da la libidine
La crudeltà raccolse:
Indi a i veleni taciti
Si preparò la mano,
Indi le madri ardirono,
Di concepire invano
Tal da lene principio
In fatali rovine
Cadde l'onor, la gloria
De le donne latine.