CLVII
In quel bel viso dove impresse Amore
quanta mai fosse con bellezza grazia,
il mio pensier sì dolcemente spazia,
che giorno e notte vi son sempre intento.
Né punto l'alma di pensar si sazia
l'alte bellezze e quel divin valore,
l'onesta leggiadria con lo splendore,
ch'ogn'altro fuoco dentro al cor m'ha spento.
E sono a ciò pensando sì contento,
che tutto 'l resto senza fin m'annoia:
anzi m'ancide pur, che sol io vivo,
quando al bel viso arrivo
quivi gustando un'incredibil gioia.
Però s'ancor son vivo
fra tanti strazi, e tant'acerbe pene,
dal dolce viso, e non d'altronde viene.
Ch'a quel presente mille cose i' veggio,
di cui ciascuna m'apre un paradiso,
tra le quai prima, se si mostra il riso
un mar di perle orïentali scopre.
Ma chi potrà mai dir così preciso
l'alto tesoro lor, per cui vaneggio
così sovente ed altro mai non cheggio,
mentre tante ricchezze egli discopre?
E se poi l'ostro fin quelle ricopre,
miro schietti rubin, ch'invidia fanno
al fiammeggiar di qual si sia Piropo.
Ché l'uno, e l'altro dopo,
quando sì dolcemente uniti stanno,
mi fan veder che uopo
Amor non ha d'altr'arme a farmi guerra,
ch'egli con queste mi saetta e sferra.
Ma come a que' begli occhi sì soavi
volgo l'ingorda e desiosa vista,
non vuo' che di mirarli mai desista;
sì dolce m'ardon le midolle e l'ossa.
Con questi Amor l'imperio in terra acquista,
e volge d'ogni cor ambe le chiavi;
ma più del mio, che vuol ch'arda ed aggravi
questa sol fiamma ad abbrusciarmi mossa.
Per questi quanta in lui dimori possa
aperto si conosce, ché gli strali
indi n'avventa, e tutto 'l mondo abbaglia,
sì incende ed abbarbaglia,
che dolci son gli affanni, e dolci i mali.
Poi dentro il cor intaglia
quanto di bel nel vago viso scorgo,
ond'a me col pensar aìta porgo.
Chi vuol del santo viso le ricchezze
sì ricche e belle in carte discoprire,
potrà, canzon, de l'alto mar l'arena,
e, la notte serena,
del ciel le stelle ad una ad una dire.
Dunque il parlar affrena,
e lascia meco il caro mio pensiero,
che mi mostra di lor il vero vero.