CLXII
By Pietro Bembo
Donna, de´ cui begli occhi alto diletto
trasser i miei gran tempo, e lieto vissi,
mentre a te non dispiacque esser fra noi,
se vedi, che quant´io parlai né scrissi,
non è stato se non doglia e sospetto
dopo ´l quinci sparir dei raggi tuoi,
impetra dal Signor, non più ne´ suoi
lacci mi stringa il mondo, e possa l´alma,
che devea gir inanzi, omai seguirti.
Tu godi, assisa tra beati spirti,
de la tua gran virtute, e chiara et alma
senti e felice dirti;
io senza te rimaso in questo inferno,
sembro nave in gran mar senza governo,
e vò là dove il calle e ´l piè m´invita,
la tua morte piangendo e la mia vita.
Sì come più di me nessuno in terra
visse de´ suoi pensier pago e contento,
te qui tenendo la divina cura,
così cordoglio equale a quel, ch´io sento,
non è, né credo ch´esser possa, e guerra
non fe´ giamai sì dispietata e dura
la spada, che suoi colpi non misura,
quanto or a me, che ´n un sol chiuder d´occhi
le mie vive speranze ha tutte extinto;
ond´io son ben in guisa oppresso e vinto,
che pur che ´l cor di lagrime trabbocchi,
mentre d´intorno cinto
sarò de la caduca e frale spoglia,
altro non cerco: o quando fia che voglia
di vita il Re celeste e pio levarme?
Prega ´l tu, Santa, e così pòi quetarme.
Avea per sua vaghezza teso Amore
un´alta rete a mezzo del mio corso,
d´oro e di perle e di rubin contesta,
che veduta al più fero e rigid´orso
umiliava e ´nteneriva il core
e quetava ogni nembo, ogni tempesta;
questa lieto mi prese, e poscia in festa
tenne molt´anni: or l´ha sparsa e disciolta,
per far me sempre tristo, acerba sorte.
Ahi cieca, sorda, avara, invida morte,
dunque hai di me la parte maggior tolta,
e l´altra sprezzi? O forte
tenor di stelle, o già mia speme, quanto
meglio m´era il morir, che ´l viver tanto!
Deh non mi lasciar qui più lungo spazio,
ch´io son di sostenermi stanco e sazio.
Sovra le notti mie fur chiaro lume
e nel dubbio sentier fidata scorta
i tuoi begli occhi e le dolci parole.
Or, lasso, che ti se´ oscurata e torta
tanto da me, conven ch´io mi consume
senza i soavi accenti e ´l puro sole:
né so cosa mirar, che mi console,
o voce udir, che ´l cor dolente appaghi
né mica in questo lamentoso albergo,
lo qual dì e notte pur di pianto aspergo,
chiedendo che si volga e me rimpiaghi
morte, né più da tergo
lasci, e m´ancida col suo stral secondo:
poi che col primo ha impoverito il mondo,
toltane te, per cui la nostra etade
sì ricca fu di senno e di beltade.
Avess´io almen penna più ferma o stile
possente agli altri secoli di mille
de le tue lode farne passar una;
che già di leggiadrissime faville
s´accenderebbe ogni anima gentile,
e io mi dorrei men di mia fortuna,
e men di morte, in aspettando alcuna
vendetta contra lei da le mie rime.
E per chieder ancora, o se ´l mio inchiostro,
Mantova e Smirna, s´avanzasse al vostro
tanto, che non pur lei la più sublime
in questo basso chiostro,
ma tal là su facesse opra, che ´l cielo
la sforzasse a tornar nel suo bel velo:
perché non fosse uom poi così beato,
con ch´io cangiassi il mio gioioso stato.
Se tu stessa, canzone,
di quel vedermi lieto mai non credi,
che più vo desiando, a pianger riedi,
e di´, del pianto molle, ovunque arrive:
Madonna è morta, e quel misero vive.