CLXIII – Passeroni
L'udir cantare ascoso fra le fronde
D'ombrosa pianta l'usignuol salvaggio,
E la calandra udir, che gli risponde
Per le rime nel suo dolce linguaggio,
Ci fa obbliar le cure alte e profonde,
E a l'allegrezza ci fa far passaggio,
Meglio che i nostri musici non fanno,
E ci sgombra dal cor qualunque affanno.
Non dico che la musica non sia
Un rimedio, un antidoto possente,
Per discacciare la malinconia,
Massime quando è un musico eccellente:
Ma de gli uccelli il canto e l'armonia
Altrui solleva forse più la mente;
E di loro messer Francesco ha detto,
Ch'alzan da terra al ciel nostro intelletto.
Vero è che udendo de gli uccelli il canto,
Non s'intende una sillaba, un accento:
Ma tu, lettor, se il ciel ti faccia santo,
Quando a un musico stai ben bene attento,
Credo, ne intenderai giusto altrettanto;
Io d'ordinario un certo romor sento,
Ma non giungo a capire una parola,
Per quanto egli apra un musico la gola.
Gli uccelli almeno non si fan pregare,
Come fanno oggidì molti cantanti,
Che prima che s'inducano a cantare,
Si fanno strapazzar da' circostanti:
Ma se tu mostri avere altro che fare,
O fingi non curar de' loro canti,
Allor sì che, come dice Orazio,
Ti rendono cantando stucco e sazio.
Basta che tiri loro una sassata,
Se t'annoian gli augei, che l'armonia
E la musica è bella e terminata,
Che tacciono in quel punto, e vanno via;
Il che non si può far da la brigata
Co' musici: sebbene a l'età mia
Molti di lor si tiran dietro i sassi,
Quai nuovi Orfei, lontan due mila passi.
Quando ha dato un uccel le prime mosse
Al canto suo, seguendo la natura,
Canta, senza ristar, quattr'ore grosse,
Ed anche più senza caricatura:
Un musico or si fa venir la tosse,
Or di far mille smorfie egli procura;
Per giunta poi vuol esser ben pagato,
E cantano gli uccelli a buon mercato.
Passa in oltre tra lor questo divario,
Che gli uccelli del becco anche gentile
Di vitto si contentano ordinario,
E loro basta un cibo scarso e vile:
I musici a' dì nostri pel contrario
Tengono a l'altrui mensa un altro stile:
Voglion mangiar del meglio che vi sia,
E dopo il pasto han più fame che pria.
Io non voglio però che v'offendiate,
Virtuosi cantori e cantatrici;
Anzi voglio, se voi vi contentate,
Che tra noi siamo sempre buoni amici;
Ché cantiamo anche noi, se voi cantate,
Ma cantiam colle debite appendici;
E l'arte che poetica s'appella,
È madre de la vostra, anzi sorella.
Sicché quasi tra noi siamo parenti,
Quantunque in questi tempi sciagurati
Non ci abbiate né men per conoscenti,
Perché siete di noi più fortunati:
Ma questa è colpa de' signor potenti,
È colpa de' moderni mecenati,
Che per tutte appagar le vostre brame,
I poeti morir lascian di fame.
Capisco anch'io che ad un che mi diletta
E che consola la mia mente mesta,
Non dee qualche mercede esser disdetta;
Ma poscia s'intende acqua e non tempesta:
E tanta roba dietro a voi si getta
In quest'età, che maraviglia desta:
E se la cosa non prende altra piega,
I letterati puon serrar bottega.
Pur in questo di voi non mi lamento,
Perché la colpa non è tutta vostra:
Se si vuol caricar d'oro e d'argento,
Se con voi solo liberal si mostra
Chi può spendere, io non me ne risento,
Perché porta così quest'età nostra,
Ne la qual sempre hanno i miglior bocconi
Adulatori, musici e buffoni.
E se m'avessi a lamentar, più tosto
Io mi lamenterei perché sovente
Nel recitar, con viso franco e tosto
Voi ci storpiate i versi malamente;
E ad un poeta, poich'egli ha composto
Un dramma musical, superbamente
Ora un'arietta, ora un recitativo
Fate cambiare senz'alcun motivo.
E pretendete che a la vostra serva
La nostr'arte, il ch'è contro la ragione;
Ed una bella poesia si snerva
Da un musico in più d'una occasione;
E parlate di noi senza riserva,
E avete in capo tal prosunzione,
Che giudicar di Pindo o di Parnaso
Voi volete, benché non siate in caso.
Quando ve la prendete co' poeti,
Voi fate uno sproposito, e fareste
Meglio, credete a me, di starvi cheti,
E d'abbassare a' detti lor le teste:
Se uomini foste un poco più discreti,
Quando vedete uno di lor, dovreste
Se aveste un'oncia e mezza di cervello,
Inginocchiarvi, e fargli di cappello.
Perché se ciechi affatto voi non siete,
Naturalmente dovreste vedere
Qual obbligo a' poeti oggidì avete,
Che vi tengono in credito il mestiere:
Senza loro cantar voi non potete
Altro che 'l Dies irae, o 'l Miserere:
Felici voi, che coll'altrui sudore
Sapete farvi in questo mondo onore.