CLXIX – Gozzi
De le balie i capezzoli le vite
Stillano ancora, è ver; ma in un con esse
Indole di lascivie e di mollezze
Ne' novellini piccioletti infanti.
Né divezzati da le poppe, scole
Trovano più corrette. Ecco il paterno
Ed il materno amor che gli accarezza;
Ma sol per passo, ché di più non puote:
Tronca lor tenerezze un mare, un mondo
D'importanti faccende. Colà danza
Il tanto a lungo desiato Picche,
Commentator con gli atti e colle gambe
D'antiche storie di Romani e Greci.
Qua atavola si mette; e la condisce
Cucinier nuovo, che i più rari punti
Tutti sa de la gola. Ivi la veglia,
Di qua la danza, o l'assemblea gli attende
Del gioco. Andar si dee; conviensi a forza
Squartar le notti in particelle e i giorni,
Senza speranza d'aver posa mai.
E ben si pare la fatica a' visi
Di pallor tinti, e a l'ossa onde s'informa
La grinza, asciutta e scolorita pelle.
Fra sì gravi importanze, a gli scommessi
Padri e a le madri colle membra infrante,
Qual più tempo rimane e qual quiete
Per darsi cura de gli amati germi?
Col cagnuolin, col bertuccin, col merlo,
S'accomodano a' servi: lor custodi
Sono un tempo le fanti; indi i famigli,
Malcreati, idioti, e spesso brutti
D'ogni magagna, e d'ogni vizio infami.
Questi le prime, questi son le prime
Lanterne che fan lume a' primi passi
De le vite novelle, e i mastri sono
Scelti a fondar de le città più chiare
Gli aspettati puntelli e i baloardi.
Chiamansi allor di Sofronisco il figlio,
E provi s'egli può scuoter da tali
Cresciuti allievi l'incrostata muffa.
Quanto n'hai voglia, o Socrate, ti sfiata,
Predica, scrivi, l'onorato esalta
De gli studi sudor: predichi a' porri.
È già il vaso inzuppato, e son le pieghe
Prese così, che più giovar non puote
Del Ferracina o d'Archimede ingegno.