CLXIX – Gozzi

By Giacomo Leopardi

De le balie i capezzoli le vite

Stillano ancora, è ver; ma in un con esse

Indole di lascivie e di mollezze

Ne' novellini piccioletti infanti.

Né divezzati da le poppe, scole

Trovano più corrette. Ecco il paterno

Ed il materno amor che gli accarezza;

Ma sol per passo, ché di più non puote:

Tronca lor tenerezze un mare, un mondo

D'importanti faccende. Colà danza

Il tanto a lungo desiato Picche,

Commentator con gli atti e colle gambe

D'antiche storie di Romani e Greci.

Qua atavola si mette; e la condisce

Cucinier nuovo, che i più rari punti

Tutti sa de la gola. Ivi la veglia,

Di qua la danza, o l'assemblea gli attende

Del gioco. Andar si dee; conviensi a forza

Squartar le notti in particelle e i giorni,

Senza speranza d'aver posa mai.

E ben si pare la fatica a' visi

Di pallor tinti, e a l'ossa onde s'informa

La grinza, asciutta e scolorita pelle.

Fra sì gravi importanze, a gli scommessi

Padri e a le madri colle membra infrante,

Qual più tempo rimane e qual quiete

Per darsi cura de gli amati germi?

Col cagnuolin, col bertuccin, col merlo,

S'accomodano a' servi: lor custodi

Sono un tempo le fanti; indi i famigli,

Malcreati, idioti, e spesso brutti

D'ogni magagna, e d'ogni vizio infami.

Questi le prime, questi son le prime

Lanterne che fan lume a' primi passi

De le vite novelle, e i mastri sono

Scelti a fondar de le città più chiare

Gli aspettati puntelli e i baloardi.

Chiamansi allor di Sofronisco il figlio,

E provi s'egli può scuoter da tali

Cresciuti allievi l'incrostata muffa.

Quanto n'hai voglia, o Socrate, ti sfiata,

Predica, scrivi, l'onorato esalta

De gli studi sudor: predichi a' porri.

È già il vaso inzuppato, e son le pieghe

Prese così, che più giovar non puote

Del Ferracina o d'Archimede ingegno.