CLXV

By Berardino Rota

Dolor mi vince, ed è sì forte e novo

ch’io per me non ritrovo

via da sfogar in parte il mio tormento;

e, se talhora i’ tento

scoprirlo a poco a poco,

Morte, ch’ha la mia vita

sepolta in chiuso loco,

mi viene incontra e dice:

«Taci, tristo, infelice,

fuor d’ogni speme e d’ogni humana aita;

taci, ben se’ tu stolto,

se credi ragionar morto e sepolto».

Amor, che meco a i dì chiari e soavi

dolcemente ti stavi,

la mia gioia cantando e i piacer miei,

ben hor, lasso, vorrei

ch’a gli amari ed oscuri

non mi lasciassi un passo,

e i martir aspri e duri

piangessi meco anchora.

Deh, come l’alto allhora

grado ti piacque, hor non ti spiaccia il basso:

per lo mar piano e queto

ciascun sa navigar securo e lieto.

Ben ti veggio io che d’hor in hor più fiero

risorgi nel pensiero,

né da lo stratio mio torni mai stanco;

anzi su ’l lato manco

triomphi, empio signore,

in disusate guise,

e rinfreschi l’ardore

che far dovea men forte

tempo, ragione e morte

che ’n cento parti il mio mezzo divise

e fornì mia giornata

col piè di bella donna alta e beata.

Lasso, pur troppo alta, beata e bella

fu veramente quella

donna che mi mostrasti il primo giorno

che de’ miei mali adorno

ten gisti; e certo fue

giorno ricco e sereno,

sì dolcemente due

anime in caro e santo

nodo ristrinse, e tanto

passò oltra il gioir tranquillo e pieno,

che spesso il mondo disse:

«Coppia felice, a cui nulla par visse».

Ahi, come è la tua fé caduca e leve,

la speme al sol di neve,

come il mal di diamante, il ben di vetro!

Come ritorna indietro

chi crede con la scorta

tua passar oltra, o Mondo!

O via fallace e torta,

che meni ove si perde;

al puro, al fermo, al verde

(tanto è l’abisso del tuo mar profondo)

in darno aggiunger pensa

chi teco i passi suoi parte e dispensa.

Cara soave doglia,

far non potestù già ch’io non mi doglia.