CLXVI – Passeroni

By Giacomo Leopardi

Oggi non si addottora alcun, che prima

La sua dottrina in versi non si canti;

Senza esser messo da più d'uno in rima,

Oggi non si marita un par d'amanti;

Senza sonetti sotto questo clima

Non fassi officio a le anime purganti;

E monaca non fassi una ragazza,

Se in versi da più d'un non si strapazza.

Chi vergine, chi martire l'appella;

Chi dice che non sa quel che si faccia;

Chi dice ch'essa ha spento la facella

A Cupido, che torvo la minaccia:

Altri, quantunque non sia punto bella,

Lodano in versi la sua brutta faccia:

Chiaman nere le chiome, che son rosse,

E ne sballan pur anche de le grosse.

Vuol versi, quando veste irsute lane

Una fanciulla, e quando si professa

E fa sonare a doppio le campane;

E vuol versi quan'è madre badessa:

Vuol versi quando muore un gatto, o un cane;

Vuol versi un prete quando dice messa:

Voglion versi da noi le cantatrici,

I consanguinei, gli esterni, gli amici.

O, per dir meglio, sono così stolti

Oggi i poeti e tanto poveretti

(Non dico tutti, ma ve ne son molti),

Che sopra magri, sterili soggetti,

Compongon mille e mille versi sciolti,

Fan canzoni, capitoli e sonetti:

E tutto quel che a' nostri dì succede,

Lodato in versi subito si vede.

Se nasce un figlio a qualche gran signore,

Non v'è di lodi al mondo carestia:

Tutto Parnaso mettesi a romore

Per uno il qual non sàssi ancor chi sia:

Si profetizza che sarà dottore,

Che saprà varie lingue, e in poesia

Sarà un nuovo Petrarca, un nuovo Dante,

Chi poi per sua disgrazia è un ignorante.

Se prende moglie un ricco cavaliere,

Un Orlando, un Achille, un nuopvo Aiace,

Fan nascere i poeti; e aste e bandiere

Vedono tolte al già tremante Trace:

Additan di nepoti immense schiere;

L'un sarà chiaro in guerra e l'altro in pace:

E faran gli uni e gli altri in pace e in guerra

Cose che star non puon né in ciel né in terra.

Nascerà, Italia, Italia, il tuo soccorso,

E fioriranno in te virtù novelle,

Gridano i vati, e vendono de l'orso,

Prima che preso l'abbiano, la pelle;

E portano, di penne armato il dorso,

I nascituri eroi fino a le stelle:

E spesso accade poi, come Dio vuole,

Che muoiono gli sposi senza prole.

E voi, poeti, avrete ancor coraggio

Di dir che penetrate entro il futuro;

Di dir che in voi scende un celeste raggio,

Che vi rischiara ciò che a gli altri è oscuro;

Che parlate in profetico linguaggio,

E che un Dio rende il vostro dir securo?

Affè, se debbo anch'io far da indovino,

Credo che questo Dio sia il Dio del vino.

Il vino è quello, io non fo cerimonie,

Che vi fa dir, quando vi dà a la testa,

Tante bestialità, tante fandonie

Da raccontarsi a vegghia in dì di festa:

Non son, compagni miei, le ninfe Aonie;

Non è Febo che il suo favor v'appresta:

In voi produce assai miglior effetto,

Che l'onda di Aganippe, il vino pretto.

Dovreste essere omai disingannati,

E non dovreste dir più tante insanie:

Lasciar dovreste omai l'orror de' fati,

Le vie de' venti, e altre parole stranie;

E 'l pegaseo cavallo, e i cento alati

Destrier, su cui fate cotante smanie:

Ma chi d'altro caval non si provede,

Faccia pur conto d'andar sempre a piede.

Voi su questo destrier v'alzate a volo,

O, a meglio dir, d'alzarvi voi sognate:

E a un batter d'occhio l'uno e l'altro polo,

Senza patir vertigini, varcate;

E or mille auree venture a un fiato solo,

Or mille mali ci profetizzate:

Ma crede a' falsi astrologhi e profeti,

Chi crede a' vaticini de' poeti.

Povero papa, egli starebbe fresco,

Se 'l loro profetar non fosse vano:

Non fassi un cardinale, o sia tedesco,

O francese, o spagnuolo, o italiano,

O sia prete, o de l'ordine fratesco,

Che non abbia a sedere in Vaticano:

Almen più d'un poeta se la incapa,

Sebben più vecchio è il cardinal del papa.