CLXVI – Passeroni
Oggi non si addottora alcun, che prima
La sua dottrina in versi non si canti;
Senza esser messo da più d'uno in rima,
Oggi non si marita un par d'amanti;
Senza sonetti sotto questo clima
Non fassi officio a le anime purganti;
E monaca non fassi una ragazza,
Se in versi da più d'un non si strapazza.
Chi vergine, chi martire l'appella;
Chi dice che non sa quel che si faccia;
Chi dice ch'essa ha spento la facella
A Cupido, che torvo la minaccia:
Altri, quantunque non sia punto bella,
Lodano in versi la sua brutta faccia:
Chiaman nere le chiome, che son rosse,
E ne sballan pur anche de le grosse.
Vuol versi, quando veste irsute lane
Una fanciulla, e quando si professa
E fa sonare a doppio le campane;
E vuol versi quan'è madre badessa:
Vuol versi quando muore un gatto, o un cane;
Vuol versi un prete quando dice messa:
Voglion versi da noi le cantatrici,
I consanguinei, gli esterni, gli amici.
O, per dir meglio, sono così stolti
Oggi i poeti e tanto poveretti
(Non dico tutti, ma ve ne son molti),
Che sopra magri, sterili soggetti,
Compongon mille e mille versi sciolti,
Fan canzoni, capitoli e sonetti:
E tutto quel che a' nostri dì succede,
Lodato in versi subito si vede.
Se nasce un figlio a qualche gran signore,
Non v'è di lodi al mondo carestia:
Tutto Parnaso mettesi a romore
Per uno il qual non sàssi ancor chi sia:
Si profetizza che sarà dottore,
Che saprà varie lingue, e in poesia
Sarà un nuovo Petrarca, un nuovo Dante,
Chi poi per sua disgrazia è un ignorante.
Se prende moglie un ricco cavaliere,
Un Orlando, un Achille, un nuopvo Aiace,
Fan nascere i poeti; e aste e bandiere
Vedono tolte al già tremante Trace:
Additan di nepoti immense schiere;
L'un sarà chiaro in guerra e l'altro in pace:
E faran gli uni e gli altri in pace e in guerra
Cose che star non puon né in ciel né in terra.
Nascerà, Italia, Italia, il tuo soccorso,
E fioriranno in te virtù novelle,
Gridano i vati, e vendono de l'orso,
Prima che preso l'abbiano, la pelle;
E portano, di penne armato il dorso,
I nascituri eroi fino a le stelle:
E spesso accade poi, come Dio vuole,
Che muoiono gli sposi senza prole.
E voi, poeti, avrete ancor coraggio
Di dir che penetrate entro il futuro;
Di dir che in voi scende un celeste raggio,
Che vi rischiara ciò che a gli altri è oscuro;
Che parlate in profetico linguaggio,
E che un Dio rende il vostro dir securo?
Affè, se debbo anch'io far da indovino,
Credo che questo Dio sia il Dio del vino.
Il vino è quello, io non fo cerimonie,
Che vi fa dir, quando vi dà a la testa,
Tante bestialità, tante fandonie
Da raccontarsi a vegghia in dì di festa:
Non son, compagni miei, le ninfe Aonie;
Non è Febo che il suo favor v'appresta:
In voi produce assai miglior effetto,
Che l'onda di Aganippe, il vino pretto.
Dovreste essere omai disingannati,
E non dovreste dir più tante insanie:
Lasciar dovreste omai l'orror de' fati,
Le vie de' venti, e altre parole stranie;
E 'l pegaseo cavallo, e i cento alati
Destrier, su cui fate cotante smanie:
Ma chi d'altro caval non si provede,
Faccia pur conto d'andar sempre a piede.
Voi su questo destrier v'alzate a volo,
O, a meglio dir, d'alzarvi voi sognate:
E a un batter d'occhio l'uno e l'altro polo,
Senza patir vertigini, varcate;
E or mille auree venture a un fiato solo,
Or mille mali ci profetizzate:
Ma crede a' falsi astrologhi e profeti,
Chi crede a' vaticini de' poeti.
Povero papa, egli starebbe fresco,
Se 'l loro profetar non fosse vano:
Non fassi un cardinale, o sia tedesco,
O francese, o spagnuolo, o italiano,
O sia prete, o de l'ordine fratesco,
Che non abbia a sedere in Vaticano:
Almen più d'un poeta se la incapa,
Sebben più vecchio è il cardinal del papa.