CLXVI

By Berardino Rota

Poi che la doglia mia pietosa e larga

vuol pur che oltre io sparga

lagrime di corrente amara vena,

bella dolce mia pena,

che dal ciel guardi e senti,

muovi co’ tuoi be’ lumi

gli spirti frali e lenti

onde non mai partisti

dal dì ch’al cor m’apristi

vive fornaci e lagrimosi fiumi;

porgi la forza e l’arte

a queste nere e lamentose carte.

Tu quel che fa dopo la pioggia il sole

a i gigli, a le viole,

a l’ingegno, che pigro in terra giace,

a la penna, che tace

via più che non devrebbe,

farai, gentile e pia:

dar ben mi si potrebbe

cortese ampia mercede.

Questo ultimo ti chiede

in pregio e in don la pura fiamma mia

che ’n ciel ti segue e serve

e nel sepolchro tuo pur arde e ferve.

Arde nel tuo sepolchro e ferve anchora

la fiamma d’hora in hora,

tanto ch’ognun la mira, e grida, e dice:

«Fuggi il sasso felice,

fuggi, non gir più avanti

chiunque arder non brami».

O miracol d’amanti!

Chi crederà ch’huom viva

dentro una pietra viva

e la sua donna anchor sospire ed ami,

ed ardendo, qual arse,

guardi il thesor de le reliquie sparse?

Beato marmo, che i begli occhi chiudi,

pietosi insieme e crudi:

pietosi, ché dal vulgo oscuro e vano

mi fer molto lontano;

crudi, ch’a pianto, a stratio

mi trasser notte e giorno,

né mi dieder mai spatio,

ch’io potessi di loro

tesser degno lavoro;

deh, chi mi vieta il sempre starti intorno,

gentil pietra e più cara

di qual più gemma pretiosa e rara?

Il puro raggio dove nasce il die

a quelle luci mie

che copri, o nobil terra, è picciol ombra:

ma tu, cui sete ingombra

di varcar l’Eritreo

per tornar ricco a noi,

a te stesso empio e reo,

là dove stan sepolte

le belle membra sciolte

corri, o nocchier: tutti i lapilli eoi

ivi coglier potrai,

e più di quel che cerchi e brami assai.

Non gir più oltre, aspetta,

Canzon; già dopo te l’altra s’affretta.