CLXVII – Gozzi

By Giacomo Leopardi

Se di profondo pozzo alcun vedessi

Tirar su l'acqua, e per l'imbuto l'acqua

Versare in vase sforacchiato e fesso;

Non rideresti, o Mei? non gli diresti:

Lascia, o meschino: quanto tu di sopra

Versi ostinato, tanto esce di sotto?

Sciocco lavoro! giù nel buio inferno

Sia di Danao a le figlie eterna pena.

Ma perché poi, rivolto a me, pur chiedi

Ch'io m'affatichi; e l'infingarda mente

Svegliar procuri dal suo cupo sonno;

E d'Epicuro e Metrodoro gli orti

Sì mi rinfacci? Io dopo mille e mille

Perduti stenti, alfin m'adagio e dormo.

Chi vede a vòto andare ogni speranza,

Disperi, e cerchi in sé la sua quiete.

Poscia ch'io sì fermai nel cor, la vita

M'è dolce sogno, e sogno è quant'io veggo.

I' solea d'ogni mio caso avverso

Grave doglia sentir; vedea da lunge,

O vederli volea, travagli e affanni:

Fra pensieri e ripari, era la vita

Sempre in burrasca; e mai non vedea porto.

Le cortine or calai; d'intorno a gli occhi,

Di mezzogiorno, di mia man m'ho fatto

Buio, tenebre e notte; e quanto veggio

Venirmi avanti, è apparimenti ed ombre.

Or, avvenga che vuol, dormendo dico:

Ecco il sogno novello. Ho detto, e passa.

Se l'immaginativa a noi dipinge

Il fiorito giardin, l'ombrosa selva,

Lo sfuggevole rivolo per l'erba,

Larga mensa, miniera, o scena lieta;

Godiam del sogno: e se da monti il nembo

Vola, e scoppia la folgore, o cometa

Sopra ne striscia con l'ardente coda;

Non durerà la visione acerba.

Sì fatta è la mia vita. Ah, ne' primi anni

M'ingannò 'l pedagogo. Odimi, o figlio,

Dicea: studia, t'affanna e t'affatica:

Util opra farai. Chiaro intelletto

A cui lanterna è la dottrina, molto

Vede ed acquista: esso è onorato, e in breve

Quanto brama possiede. Era menzogna:

Ma qual colpa n'ebb'io? l'età fu quella

Che a garrula vecchia, a lato al foco

De le Fate credea le meraviglie,

E che de le trinciate melarance

Uscisser le donzelle.