CLXVII – Gozzi
Se di profondo pozzo alcun vedessi
Tirar su l'acqua, e per l'imbuto l'acqua
Versare in vase sforacchiato e fesso;
Non rideresti, o Mei? non gli diresti:
Lascia, o meschino: quanto tu di sopra
Versi ostinato, tanto esce di sotto?
Sciocco lavoro! giù nel buio inferno
Sia di Danao a le figlie eterna pena.
Ma perché poi, rivolto a me, pur chiedi
Ch'io m'affatichi; e l'infingarda mente
Svegliar procuri dal suo cupo sonno;
E d'Epicuro e Metrodoro gli orti
Sì mi rinfacci? Io dopo mille e mille
Perduti stenti, alfin m'adagio e dormo.
Chi vede a vòto andare ogni speranza,
Disperi, e cerchi in sé la sua quiete.
Poscia ch'io sì fermai nel cor, la vita
M'è dolce sogno, e sogno è quant'io veggo.
I' solea d'ogni mio caso avverso
Grave doglia sentir; vedea da lunge,
O vederli volea, travagli e affanni:
Fra pensieri e ripari, era la vita
Sempre in burrasca; e mai non vedea porto.
Le cortine or calai; d'intorno a gli occhi,
Di mezzogiorno, di mia man m'ho fatto
Buio, tenebre e notte; e quanto veggio
Venirmi avanti, è apparimenti ed ombre.
Or, avvenga che vuol, dormendo dico:
Ecco il sogno novello. Ho detto, e passa.
Se l'immaginativa a noi dipinge
Il fiorito giardin, l'ombrosa selva,
Lo sfuggevole rivolo per l'erba,
Larga mensa, miniera, o scena lieta;
Godiam del sogno: e se da monti il nembo
Vola, e scoppia la folgore, o cometa
Sopra ne striscia con l'ardente coda;
Non durerà la visione acerba.
Sì fatta è la mia vita. Ah, ne' primi anni
M'ingannò 'l pedagogo. Odimi, o figlio,
Dicea: studia, t'affanna e t'affatica:
Util opra farai. Chiaro intelletto
A cui lanterna è la dottrina, molto
Vede ed acquista: esso è onorato, e in breve
Quanto brama possiede. Era menzogna:
Ma qual colpa n'ebb'io? l'età fu quella
Che a garrula vecchia, a lato al foco
De le Fate credea le meraviglie,
E che de le trinciate melarance
Uscisser le donzelle.