CLXVII
Non perché d’hora in hor via più mi dolga
la penna mi si tolga:
contra rapido rio mal si contrasta
da rotta e debile hasta
che in darno se gli oppone.
Così contra la forza
di duol manca ragione.
Pose ogni cosa a terra
nel dì de la mia guerra
colei che tutto il mondo attrista e sforza,
e in poca tomba oscura
tutto il bel chiuse d’arte e di natura.
Occhi dolenti miei, come poteste
veder quel che vedeste?
Ché non ven giste in doloroso fiume?
Ché non perdeste il lume?
Senza que’ dolci rai
che fur già il vostro sole,
non deveste voi mai
giorno veder, pur hora.
Ché non partisti allhora,
alma, da tal ch’ognihor piange e si dole?
Ahi, quanto tardi viene
quel che si brama, e rado il meglio aviene.
Il meglio era ch’io gissi a starmi seco,
né qui solingo e cieco
restassi a sospirare, a pianger sempre.
Fallaci humane tempre!
Er’io pur dianzi in cima
d’ogni destra fortuna;
hor in deserta ed ima
valle di pianto giaccio,
e d’hor in hor procaccio
far più la vita mia raminga e bruna,
né men dal sonno spero
picciol soccorso mai, né dal pensero.
Sogna spesso digiun nudo e mendico
in un bel campo aprico
starsi a diporto fra vivande ed oro,
fuggitivo thesoro;
poi desto si ritrova
in vil presepe oscuro,
né ’l rimembrar li giova,
senza pan, senza vesta;
onde via più molesta
porta la soma del suo viver duro.
Tal avien a me, s’io
possedo in sonno e poi perdo il ben mio.
Pensa huom talhor da mortal febre oppresso,
stolto, fuor di se stesso,
spegner in puro fonte a la verde ombra
la sete che l’ingombra;
quando il furor poi manca,
per l’odioso letto
move la carne stanca,
e l’assetata bocca
hor apre, hor chiude, hor tocca,
e via più duolsi, e biasma il van concetto.
Tal io, lasso, conforto
dal nemico pensier prendo e riporto.
Piangete, occhi, piangete:
questo è poco licore a tanta sete.