CLXVIII – Gozzi
Quando leggiam che l'inclite ventraie
De gli Atridi e del figlio di Peleo
Ingoiavan di buoi terghi arrostiti;
Oh antica rozzezza! esclamiam tosto,
Saporiti bocchini, e stomacuzzi
Di molli cenci e di non nata carta.
Ma perché ammiriam poi, che il seno opponga
De lo Scamandro burrascoso a' flutti
L'instancabile Achille, e portin aste
Sì smisurate i capitani greci?
Non consumava ancor muscoli e nervi
Uso di morbidezze. Erano in pregio,
Non membroline di zerbini inerti,
Ma petto immenso, muscoloso e saldo
Pesce di braccio, e formidabil lombo.
A' gran mariti s'offerian le nozze
Non di locuste ognor cresciute a stento
In guaine d'imbusti: era bel corpo
L'intero corpo; ed Imeneo guidava
A i forti sposi, non balene o stringhe,
Ma sostanze di vita: e i bene scossi
Congiungimenti avean prole robusta;
Nasceano Achilli; ed i trastulli primi
De le mani sfasciate eran le folte
De' Chironi maestri ispide barbe.
Crescean sudando; e l'anime di petti
Abitatrici stagionati ed ampli,
Erano anch'esse onnipossenti e grandi.
Barbari tempi: in zazzerin risponde
Medoro, che intestine ha di bambagia,
Vivo non vivo, e d'un bel ghigno adorna
La pellicina de le argute labbra.
Chi seguirebbe in questo secol saggio
Rusticitadi di silvestre vita?
Scese dal cielo a rischiarar gl'ingegni
Florida Voluttade, e da l'Olimpo
D'Epicuro ne gli orti i grati bulbi
Piantò di nuovi fortunati fiori.
Per lei siam salvi. Abbiansi laude e nome
D'asta e di lotta i secoli remoti;
Io del far buona pelle, e del riposo.
Così detto, sonnecchia. Odi, Medoro,
Lendin dappoco: questa tua sì bella
E discesa dal cielo Voluttade,
Non la conosci: non è dea che voglia
Molli effimminatezze ed ozio eterno.
Come più giova cristallina tazza
Piena del sagro dono di Lieo,
Che brilli e spumi, se il palato in prima
Punse l'arida sete; e vie più grata
In gargarozzo affamato entra vivanda;
Così miglior dietro a' pensieri e a l'opre
Vien Voluttade. A noi'olimpio Giove
Mandò prima Fatica; e dietro a lei
L'altra poscia ne vien, ma zoppa e tarda,
A terger fronti, a confortare ambasce.
Né vien, né dura, se non dove il sodo
Zappator volta la difficil terra,
E messi coglie; ove l'immenso mare,
Senza soffio temer di Borea o d'Austro,
Solca il nocchiero, e mercatante industre
Con util laccio nazioni annoda;
E in fin dove ogni stirpe, alta ed umile,
L'ingegno adopri e le robuste braccia.
Pensier comune, universal fatica
Vuole, ed invito, per venir fra noi,
Da tutte l'alme; ed al romor de l'arti
Scende la Diva, od il suo carro arresta,
Di popoli ristoro. Essa le ciglia
Però sdegnata e dispettosa aggrotta
Contro a chi fatto è sol peso di letti
O di sedili, e fra gli altrui lavori
Uso faccia di ciance o di quiete.
Né solo ha cruccio: nel gastiga. Come?
Vuoi tu saperlo? Di suo bel sembiante
Veste la Noia. Una donzella è questa,
Che chimerizza, e immagina diletti,
Né mai li trova; un'invisibil peste,
Che là dov'entra, fa prostender braccia,
Sbadigliar bocche; ed a volere a un tempo
Cupidamente e a disvoler sospinge.
Questa or vien teco, e Voluttà ti sembra;
Che in tue brame soffiando, le travolve,
Qual di state talora in mezzo a l'aia
Vento fa pula circuir e foglie.
Dimmi: se fai sì dilettosa vita,
Perché rizzi gli orecchi, e mille volte
De lo scocco de l'ore al servo chiedi,
Infastidito, e di tardanza incolpi
Or il carro del sole, or de la notte?
E perché spesso: oh voi beate, esclami,
Teste di plebe! se s'aggira Cecco
Citarizzando, o va cantando Bimbo
In zucca per le vie, cencioso e scalzo?
A te stesso noioso, in te non trovi
Di che appagarti: t'accompagnan sempre
Torpor, languore, e là dove apparisci,
Sei tedio, hai tedio: Voluttà ne ride.