CLXVIII – Gozzi

By Giacomo Leopardi

Quando leggiam che l'inclite ventraie

De gli Atridi e del figlio di Peleo

Ingoiavan di buoi terghi arrostiti;

Oh antica rozzezza! esclamiam tosto,

Saporiti bocchini, e stomacuzzi

Di molli cenci e di non nata carta.

Ma perché ammiriam poi, che il seno opponga

De lo Scamandro burrascoso a' flutti

L'instancabile Achille, e portin aste

Sì smisurate i capitani greci?

Non consumava ancor muscoli e nervi

Uso di morbidezze. Erano in pregio,

Non membroline di zerbini inerti,

Ma petto immenso, muscoloso e saldo

Pesce di braccio, e formidabil lombo.

A' gran mariti s'offerian le nozze

Non di locuste ognor cresciute a stento

In guaine d'imbusti: era bel corpo

L'intero corpo; ed Imeneo guidava

A i forti sposi, non balene o stringhe,

Ma sostanze di vita: e i bene scossi

Congiungimenti avean prole robusta;

Nasceano Achilli; ed i trastulli primi

De le mani sfasciate eran le folte

De' Chironi maestri ispide barbe.

Crescean sudando; e l'anime di petti

Abitatrici stagionati ed ampli,

Erano anch'esse onnipossenti e grandi.

Barbari tempi: in zazzerin risponde

Medoro, che intestine ha di bambagia,

Vivo non vivo, e d'un bel ghigno adorna

La pellicina de le argute labbra.

Chi seguirebbe in questo secol saggio

Rusticitadi di silvestre vita?

Scese dal cielo a rischiarar gl'ingegni

Florida Voluttade, e da l'Olimpo

D'Epicuro ne gli orti i grati bulbi

Piantò di nuovi fortunati fiori.

Per lei siam salvi. Abbiansi laude e nome

D'asta e di lotta i secoli remoti;

Io del far buona pelle, e del riposo.

Così detto, sonnecchia. Odi, Medoro,

Lendin dappoco: questa tua sì bella

E discesa dal cielo Voluttade,

Non la conosci: non è dea che voglia

Molli effimminatezze ed ozio eterno.

Come più giova cristallina tazza

Piena del sagro dono di Lieo,

Che brilli e spumi, se il palato in prima

Punse l'arida sete; e vie più grata

In gargarozzo affamato entra vivanda;

Così miglior dietro a' pensieri e a l'opre

Vien Voluttade. A noi'olimpio Giove

Mandò prima Fatica; e dietro a lei

L'altra poscia ne vien, ma zoppa e tarda,

A terger fronti, a confortare ambasce.

Né vien, né dura, se non dove il sodo

Zappator volta la difficil terra,

E messi coglie; ove l'immenso mare,

Senza soffio temer di Borea o d'Austro,

Solca il nocchiero, e mercatante industre

Con util laccio nazioni annoda;

E in fin dove ogni stirpe, alta ed umile,

L'ingegno adopri e le robuste braccia.

Pensier comune, universal fatica

Vuole, ed invito, per venir fra noi,

Da tutte l'alme; ed al romor de l'arti

Scende la Diva, od il suo carro arresta,

Di popoli ristoro. Essa le ciglia

Però sdegnata e dispettosa aggrotta

Contro a chi fatto è sol peso di letti

O di sedili, e fra gli altrui lavori

Uso faccia di ciance o di quiete.

Né solo ha cruccio: nel gastiga. Come?

Vuoi tu saperlo? Di suo bel sembiante

Veste la Noia. Una donzella è questa,

Che chimerizza, e immagina diletti,

Né mai li trova; un'invisibil peste,

Che là dov'entra, fa prostender braccia,

Sbadigliar bocche; ed a volere a un tempo

Cupidamente e a disvoler sospinge.

Questa or vien teco, e Voluttà ti sembra;

Che in tue brame soffiando, le travolve,

Qual di state talora in mezzo a l'aia

Vento fa pula circuir e foglie.

Dimmi: se fai sì dilettosa vita,

Perché rizzi gli orecchi, e mille volte

De lo scocco de l'ore al servo chiedi,

Infastidito, e di tardanza incolpi

Or il carro del sole, or de la notte?

E perché spesso: oh voi beate, esclami,

Teste di plebe! se s'aggira Cecco

Citarizzando, o va cantando Bimbo

In zucca per le vie, cencioso e scalzo?

A te stesso noioso, in te non trovi

Di che appagarti: t'accompagnan sempre

Torpor, languore, e là dove apparisci,

Sei tedio, hai tedio: Voluttà ne ride.