CLXXI – Gozzi

By Giacomo Leopardi

Oh Diogene saggio, a cui di casa

Servia la botte, e d'uno in altro borgo

Potei cambiarla e voltolarla sempre!

Che facciam, folli! ogni dì fermi? Ognuno

Sa dove io albergo; e da le prime strida

Del gallo, insino a l'imbrunir del giorno,

L'uscio martella. Chi è là? da l'alto

Suona: eh, son io; di fuori. Ed ora la fune,

Ora i serrami, e i gangheri, e le porte,

Per aprir, per serrar, fanno rimbombo.

Donde faccende così gravi, e tanta

Fretta han le genti? O miseri, s'apprese

A le case la fiamma? O di soccorso

Altro v'è d'uopo? Ho umano petto, e sento

Pietà d'umani casi. Uno o due inchini

Son le faccende; le oziose lacche

Ripiegar su i sedili; e tirar voce

Fuor de' polmoni, e non dir nulla; e dire:

Che abbiam di nuovo? Oh sollion molesto!

Oh bollor di stagione! A te che sembra?

Quando con larga mano amico cielo

Innaffierà gli aridi campi? e quando

Cesserà caldo, e tornerà frescura?

Stringomi allora ne le spalle, e taccio,

Strologo indotto. Oh com'è caro il cibo!

Ah fortunati nostri antichi! allora

Meglio era comperar beccacce o starne,

Che gallina oggidì. Le sporte vote

Vagliono un occhio: e noi peggior nimico

Non abbiam oggi de' nemici denti.

Tu che ne dici? Io compero non molto

Quando molto non posso; e il ricco piatto

Volentier cambio nel più sano bue.

Che dètti? Nulla. Io non lo credo, amico

De le muse: tu dètti. Io giuro allora

Che non dètto; e sbaglio, e fra me dico:

Chi ti tentò, folle Prometeo, a farne

Razza di ciance? io mi rallegro quando

So che su l'alta rupe il padre Giove

Manda l'uccel che il fegato ti rode.

Ma i periti mortali, che ogni cosa

Concian co' nomi, hanno sì fatta noia

Onoranza chiamata, ufficio e norma

D'amicizia, d'amor, di cortesia:

Dilicate stoltezze. A che, se io dormo,

Co' salutimi svegli? a che, s'io scrivo

Ne la mia stanza il Galateo ti manda,

Perché m'empia il cervel di frasche e vento?

Io son tuo amico. Anzi tuo amico sei:

Ché quando noncuranza, ed ozio grave

Su l'anima ti pesa, ed a te incresci,

Vieni al mio albergo, e ricrear te stesso

Cerchi, non l'util mio. Siedi: parliamo.

Come va, poetino? Ah, gli aspri nembi

Nel paterno terren grandine dura

Han riversata: furioso vento

Mi guastò le campagne: enfiato il fiume

L'erbe, gli alberi e i buoi seco mi tragge.

Odi la tua risposta. Umani casi,

Temporali correnti: or son due lustri

Che lo stesso m'avvenne. E mi dipingi

Il passato tuo mal con tanta forza,

Che movermi a pietà d'antichi danni

E rifatte rovine oggi procuri.

Quando presente mal dentro mi cuoce,

Non lamentanza di dolente amico,

Ma fiaba ascolti: e se de' figli il peso

Io ti narro, o le febbri, o de' litigi

L'eterna rete; hai somiglianti casi

Da narrar del vicino, e mi conforti

Con aglietti, con chiacchiere, con fumo.

Quando Oreste trascorre per la scena,

Da le Furie cacciato, ed urla, e fugge

Da l'orribile immagine materna,

Che diresti se Pilade, pietoso

De' mali suoi, per confortarlo allora

Gli presentasse o passera o civetta

Per passar tempo, ed uccellare al bosco?

Tu rideresti: ed io rido, che sento

Quanto ad ognun son le sentenze in bocca

De l'amicizia. Chi trovò l'amico,

Trovò il tesoro; e se in bilancia metti

L'oro e l'argento, più l'amico pesa.

Ben è ver; ma nol trovi. Odo parole

Gravi, ma il cor è vòto. Commedianti,

Diciam la parte; e monimenti ed arche

Mostriam, belli epitaffi, e nulla è dentro.