CLXXI – Gozzi
Oh Diogene saggio, a cui di casa
Servia la botte, e d'uno in altro borgo
Potei cambiarla e voltolarla sempre!
Che facciam, folli! ogni dì fermi? Ognuno
Sa dove io albergo; e da le prime strida
Del gallo, insino a l'imbrunir del giorno,
L'uscio martella. Chi è là? da l'alto
Suona: eh, son io; di fuori. Ed ora la fune,
Ora i serrami, e i gangheri, e le porte,
Per aprir, per serrar, fanno rimbombo.
Donde faccende così gravi, e tanta
Fretta han le genti? O miseri, s'apprese
A le case la fiamma? O di soccorso
Altro v'è d'uopo? Ho umano petto, e sento
Pietà d'umani casi. Uno o due inchini
Son le faccende; le oziose lacche
Ripiegar su i sedili; e tirar voce
Fuor de' polmoni, e non dir nulla; e dire:
Che abbiam di nuovo? Oh sollion molesto!
Oh bollor di stagione! A te che sembra?
Quando con larga mano amico cielo
Innaffierà gli aridi campi? e quando
Cesserà caldo, e tornerà frescura?
Stringomi allora ne le spalle, e taccio,
Strologo indotto. Oh com'è caro il cibo!
Ah fortunati nostri antichi! allora
Meglio era comperar beccacce o starne,
Che gallina oggidì. Le sporte vote
Vagliono un occhio: e noi peggior nimico
Non abbiam oggi de' nemici denti.
Tu che ne dici? Io compero non molto
Quando molto non posso; e il ricco piatto
Volentier cambio nel più sano bue.
Che dètti? Nulla. Io non lo credo, amico
De le muse: tu dètti. Io giuro allora
Che non dètto; e sbaglio, e fra me dico:
Chi ti tentò, folle Prometeo, a farne
Razza di ciance? io mi rallegro quando
So che su l'alta rupe il padre Giove
Manda l'uccel che il fegato ti rode.
Ma i periti mortali, che ogni cosa
Concian co' nomi, hanno sì fatta noia
Onoranza chiamata, ufficio e norma
D'amicizia, d'amor, di cortesia:
Dilicate stoltezze. A che, se io dormo,
Co' salutimi svegli? a che, s'io scrivo
Ne la mia stanza il Galateo ti manda,
Perché m'empia il cervel di frasche e vento?
Io son tuo amico. Anzi tuo amico sei:
Ché quando noncuranza, ed ozio grave
Su l'anima ti pesa, ed a te incresci,
Vieni al mio albergo, e ricrear te stesso
Cerchi, non l'util mio. Siedi: parliamo.
Come va, poetino? Ah, gli aspri nembi
Nel paterno terren grandine dura
Han riversata: furioso vento
Mi guastò le campagne: enfiato il fiume
L'erbe, gli alberi e i buoi seco mi tragge.
Odi la tua risposta. Umani casi,
Temporali correnti: or son due lustri
Che lo stesso m'avvenne. E mi dipingi
Il passato tuo mal con tanta forza,
Che movermi a pietà d'antichi danni
E rifatte rovine oggi procuri.
Quando presente mal dentro mi cuoce,
Non lamentanza di dolente amico,
Ma fiaba ascolti: e se de' figli il peso
Io ti narro, o le febbri, o de' litigi
L'eterna rete; hai somiglianti casi
Da narrar del vicino, e mi conforti
Con aglietti, con chiacchiere, con fumo.
Quando Oreste trascorre per la scena,
Da le Furie cacciato, ed urla, e fugge
Da l'orribile immagine materna,
Che diresti se Pilade, pietoso
De' mali suoi, per confortarlo allora
Gli presentasse o passera o civetta
Per passar tempo, ed uccellare al bosco?
Tu rideresti: ed io rido, che sento
Quanto ad ognun son le sentenze in bocca
De l'amicizia. Chi trovò l'amico,
Trovò il tesoro; e se in bilancia metti
L'oro e l'argento, più l'amico pesa.
Ben è ver; ma nol trovi. Odo parole
Gravi, ma il cor è vòto. Commedianti,
Diciam la parte; e monimenti ed arche
Mostriam, belli epitaffi, e nulla è dentro.