CLXXII – Gozzi

By Giacomo Leopardi

Pensoso in vista, come soglio, e dentro

Senza pensier, n'andava non ier l'altro

Per la via de le merci. A passo a passo,

Dotto moderno, i' rivolgeva il guardo

Spesso a' librai, di qua, di là leggendo

Frontispizi di libri, e or questo, or quello

Comprando in fantasia. Come saetta

Che fere e passa, sento d'armi d'urto

Ne l'omero sinistro, e passar oltre.

Veggo... ma chi? dirò femmina, o maschio?

Dical chi legge. Un personcino veggio

In su la gamba, in mantellin di seta

Terso come cristallo: il capolino

Non ha torto un capel, ché man maestra

A compasso ed a squadra la divina

Pilosa cresta ha con tal arte acconcia,

Che infiniti capei sembran d'un pezzo.

Sotto al mantello che svolazza, a sorte

Scopro un gheron del suo vestito. Oh Frine,

Quando mettesti al corpicino intorno

Colori a un tempo sì diversi e vivi?

Vuoi saper come va? passini industri

E frettolosi, corpo intero, a vite

Il collo; duro si rivolge, e guata

Con la coda de' l'occhio, ed una striscia

Lascia indietro d'odor, come canestro

Di giardiniero, o profumiera ardente,

Cui fanticella in altra stanza apporti.

Dissi allora fra me: donde vien questo

Coppier di Giove? mille oggi ne veggo,

Ma non sì lisci. Ecco il modello: questi

È semente di tutti. Aguzza, aguzza,

Minerva, l'occhio mio. Dietro gli trotto:

Vo' studiar quai pensieri han quelle teste,

Ed in che giovinezza oggi s'impieghi.

Entra in una bottega: in essa miro

Morsi di ferro da frenar mascelle

A focoso destrier; veggo pennacchi

Di due colori, da ingrandir l'onore

De la fronte a Bucefalo, e di staffe

Di rilucente ferro e giallo ottone

Parecchi paia; e fra me dico: vedi

Falso giudizio ch'io facea di lui!

D'animoso destrier premere il dorso

Forse ei vorrà: cavallereschi arredi

Ecco egli acquista. Intanto, o bottegaio,

Dic'egli, fuor le scatole e le carte

De le spille fiamminghe, e fuori tosto

Forchettine tedesche. Ecco le merci:

Spiegansi carte: egli le mira; elegge,

Fino conoscitor; cava la borsa:

Io noto. Mentre novera i contanti,

Giunge amico novello, che passeggia

Anch'ei come cutrettola, e su l'anca

Or destra ed or sinistra il corpo appoggia

Leggiadramente. Oh bella gioia, ei grida,

Conosco i segni di novella fiamma:

Forchette e spille! Servitor di dama

Tu se' novello. Il primo ghigna, e nega

Con un risino, qual chi nega il vero.

Che! ti vergogni? Ha già tre volte corso

La luna il ciel, che servitor son fatto

Anch'io di donna. Vuoi vederlo? E tragge

Da la saccoccia un lucido specchietto,

Inverniciato un bossolo, ove chiude

Polver di Cipri, un aureo scatolino

Di nei ripieno, un pettine pulito

Di bianco avorio, un vasellin di puro

Cristal con acqua, onde arrecar ristoro,

Se mal odore il dilicato naso

Offende, o se de' nervi occulto tremito

Fa la dama svenir. Fra mio cor dico:

Oh beati d'amor servi cambiati

In pettiniere, in cassettine e bolge!

Trotta, sesso più nobile e maschile,

Come asinel che sul mercato porti

Forbici, cordelline, agucchie e nastri

Di qua, di là su gl'incalliti fianchi,

E del rigido legno alle percosse

Desti l'anche, e le natiche alla voce

Del severo padrone incurvi e affretti.

Non aspettar che la tua dama chiegga

Con domestica voce: a cenni impera.

Tu dunque apprendi, interprete novello,

A far comento a' femminili cenni.

Spilla vuol? Tragge fuor due dita, in punta

L'indice e il vicin grosso, allunga il braccio;

E se neo le abbisogna, a te con l'occhio

Si volge, e il dito al pollice dappresso

Mette a la lingua, e molle a te lo stende.

Se il chiuso loco e la soverchia gente

Riscalda l'aria, scioglie un nodo al petto,

E con l'omero accenna: accorri tosto,

Levale il mantellino; e gliel rimetti

Se le spalle ti volta, e a' fianchi appoggia

I gombiti, e le man dirizza al collo.

Se non l'intendi, vedrai tosto un lampo

De l'accese pupille, e un tuono udrai

D'amara lingua, e subita tempesta

Di capo d'oca, di babbione e tronco.

Sì fra me dissi, e fuor ne venni, e lieti

Di lor fortuna ivi lasciai gli amanti.