CLXXII – Gozzi
Pensoso in vista, come soglio, e dentro
Senza pensier, n'andava non ier l'altro
Per la via de le merci. A passo a passo,
Dotto moderno, i' rivolgeva il guardo
Spesso a' librai, di qua, di là leggendo
Frontispizi di libri, e or questo, or quello
Comprando in fantasia. Come saetta
Che fere e passa, sento d'armi d'urto
Ne l'omero sinistro, e passar oltre.
Veggo... ma chi? dirò femmina, o maschio?
Dical chi legge. Un personcino veggio
In su la gamba, in mantellin di seta
Terso come cristallo: il capolino
Non ha torto un capel, ché man maestra
A compasso ed a squadra la divina
Pilosa cresta ha con tal arte acconcia,
Che infiniti capei sembran d'un pezzo.
Sotto al mantello che svolazza, a sorte
Scopro un gheron del suo vestito. Oh Frine,
Quando mettesti al corpicino intorno
Colori a un tempo sì diversi e vivi?
Vuoi saper come va? passini industri
E frettolosi, corpo intero, a vite
Il collo; duro si rivolge, e guata
Con la coda de' l'occhio, ed una striscia
Lascia indietro d'odor, come canestro
Di giardiniero, o profumiera ardente,
Cui fanticella in altra stanza apporti.
Dissi allora fra me: donde vien questo
Coppier di Giove? mille oggi ne veggo,
Ma non sì lisci. Ecco il modello: questi
È semente di tutti. Aguzza, aguzza,
Minerva, l'occhio mio. Dietro gli trotto:
Vo' studiar quai pensieri han quelle teste,
Ed in che giovinezza oggi s'impieghi.
Entra in una bottega: in essa miro
Morsi di ferro da frenar mascelle
A focoso destrier; veggo pennacchi
Di due colori, da ingrandir l'onore
De la fronte a Bucefalo, e di staffe
Di rilucente ferro e giallo ottone
Parecchi paia; e fra me dico: vedi
Falso giudizio ch'io facea di lui!
D'animoso destrier premere il dorso
Forse ei vorrà: cavallereschi arredi
Ecco egli acquista. Intanto, o bottegaio,
Dic'egli, fuor le scatole e le carte
De le spille fiamminghe, e fuori tosto
Forchettine tedesche. Ecco le merci:
Spiegansi carte: egli le mira; elegge,
Fino conoscitor; cava la borsa:
Io noto. Mentre novera i contanti,
Giunge amico novello, che passeggia
Anch'ei come cutrettola, e su l'anca
Or destra ed or sinistra il corpo appoggia
Leggiadramente. Oh bella gioia, ei grida,
Conosco i segni di novella fiamma:
Forchette e spille! Servitor di dama
Tu se' novello. Il primo ghigna, e nega
Con un risino, qual chi nega il vero.
Che! ti vergogni? Ha già tre volte corso
La luna il ciel, che servitor son fatto
Anch'io di donna. Vuoi vederlo? E tragge
Da la saccoccia un lucido specchietto,
Inverniciato un bossolo, ove chiude
Polver di Cipri, un aureo scatolino
Di nei ripieno, un pettine pulito
Di bianco avorio, un vasellin di puro
Cristal con acqua, onde arrecar ristoro,
Se mal odore il dilicato naso
Offende, o se de' nervi occulto tremito
Fa la dama svenir. Fra mio cor dico:
Oh beati d'amor servi cambiati
In pettiniere, in cassettine e bolge!
Trotta, sesso più nobile e maschile,
Come asinel che sul mercato porti
Forbici, cordelline, agucchie e nastri
Di qua, di là su gl'incalliti fianchi,
E del rigido legno alle percosse
Desti l'anche, e le natiche alla voce
Del severo padrone incurvi e affretti.
Non aspettar che la tua dama chiegga
Con domestica voce: a cenni impera.
Tu dunque apprendi, interprete novello,
A far comento a' femminili cenni.
Spilla vuol? Tragge fuor due dita, in punta
L'indice e il vicin grosso, allunga il braccio;
E se neo le abbisogna, a te con l'occhio
Si volge, e il dito al pollice dappresso
Mette a la lingua, e molle a te lo stende.
Se il chiuso loco e la soverchia gente
Riscalda l'aria, scioglie un nodo al petto,
E con l'omero accenna: accorri tosto,
Levale il mantellino; e gliel rimetti
Se le spalle ti volta, e a' fianchi appoggia
I gombiti, e le man dirizza al collo.
Se non l'intendi, vedrai tosto un lampo
De l'accese pupille, e un tuono udrai
D'amara lingua, e subita tempesta
Di capo d'oca, di babbione e tronco.
Sì fra me dissi, e fuor ne venni, e lieti
Di lor fortuna ivi lasciai gli amanti.